Le misure di contenimento delle libertà personali devono essere limitate nel tempo, proporzionate rispetto all’obiettivo che si pongono e soprattutto funzionali alla ri-espansione dei diritti, sia di quelli minacciati che di quelli che si è deciso di sacrificare. I tre aspetti si tengono insieme in un equilibrio reciproco: se le misure riescono a ripristinare il pieno godimento dei diritti è perché si sono dimostrate adeguate e quindi non possono che essere state temporanee. Per la Corte costituzionale le norme di legge che disciplinano situazioni emergenziali trovano il proprio fondamento nella “peculiarità e gravità del fenomeno che si intende combattere”. Combattere, appunto, ossia sconfiggere una condizione che ostacola il libero dispiegamento dei diritti soggettivi.

Ed è proprio nel combattimento che si misura l’adeguatezza delle norme ossia delle scelte politiche che bilanciano esigenze costituzionali diverse in un “dosaggio” equilibrato che, senza annichilirne nessuna, punta a superare la minaccia collettiva. È nella composizione delle valutazioni che la politica deve impiegare non le nozioni di “una sola scienza”, ma “di tutte le scienze” valutando le conseguenze sociali, sanitarie, economiche, finanziarie, psicologiche, istituzionali; perché “combattere” non significa semplicemente aspettare che il rischio scompaia stando chiusi nel castello. In queste prime settimane di lockdown si è contenuta l’espansione del virus e si è anche riorganizzato il sistema sanitario per renderlo funzionale ad affrontare una patologia che non era, per tipologia e intensità, di facile gestione. Adesso si apre il bivio: aspettare combattendo solo dal punto di vista sanitario – ossia di “una delle scienze” e dei “suoi” connessi diritti – o ampliare i fronti di azione?

Sì, perché il “tutti fermi” ha conseguenze certamente positive sul lato sanitario, ma il suo protrarsi ha conseguenze molto serie su altri aspetti costituzionali che rischiano di essere compromessi. Si parla di una crescita rilevante dell’indebitamento pubblico: con o senza l’Unione europea si tratta di oneri finanziari che si andranno a sommare al debito esistente (circa al 135% del PIL) e alla prevedibile significativa riduzione del gettito fiscale successivo alla minore ricchezza nazionale. Un quadro non rassicurante proprio per quanto riguarda la ambita ri-espandere dei diritti oggi compressi e connessi alla dinamica di spesa pubblica (sanità, istruzione, università, ricerca, sostegno ai redditi, pensioni…). Spesa, questa, alla quale si dovrebbe aggiungere quella di sostegno agli investimenti pubblici e privati tesa proprio a far ripartire le dinamiche economiche.

Dietro il dibattito su “aprire”, “non aprire” e “cosa aprire” si trovano alcune questioni rilevanti per il modo di concepire il futuro del nostro Paese. Come ricorda la Corte costituzionale, l’emergenza legittima “misure insolite” che “perdono legittimità, se ingiustificatamente protratte nel tempo”. La politica può costruire una normalità “per fasi”, progressiva nonché territorialmente differenziata, purché ogni fase sia tale davvero e contenga regole proporzionate e funzionali all’obbiettivo finale. Imboccata la strada della ri-espansione attiva dei diritti, con un sistema sanitario preparato e organizzato e una collettività di individui consapevolmente partecipi, siamo chiamati a scegliere nuovi bilanciamenti per “convivere” con il virus tenendo insieme privacy, salute, libertà di impresa… Dobbiamo mettere gli individui in grado di esercitare i diritti (con protezioni, regole comportamentali, procedure…) altrimenti non passeremo mai in una fase “due” davvero tale che non sia solo una “fase uno” rivisitata.

Nel farlo dovremo bilanciare diritti e valori, ma anche sciogliere un nodo di fondo: possibile che si abbia così poca fiducia degli individui da invocare regole meramente proibitive senza far affidamento al senso civico e alla responsabilità dei singoli? Non ci deve essere spazio per logiche di tipo paternalistico che espandendo al massimo le regole pubbliche lascino all’individuo la sola passiva applicazione. L’Italia è uscita da uno dei peggiori momenti della propria storia perché gli italiani hanno isolato e confitto il terrorismo politico insieme allo Stato e non perché lo Stato ha detto ai cittadini “ci penso io, voi aspettate”.

Tra il “ci pensa a tutto lo Stato” e “ognuno pensi a sé” ci sono modelli mediani che valorizzano gli individui. Senza un protagonismo dei cittadini, responsabilizzati e attivi, il “combattimento” non solo sarà più difficile, ma rischia di essere anche lungo, sproporzionato e non funzionale. Insomma, rischiano di essere fuori dello spirito costituzionale quelle misure che siano adottate in un susseguirsi di “fasi” che si rivelino tali solamente per nozione temporale e non in grado di raggiungere l’obiettivo che le legittima: la ri-espansione consapevole delle libertà umane.