La Francia cambia. Le elezioni legislative di domenica scorsa producono uno scarto, una rottura nella sua costituzione materiale. Si affaccia un nuovo sistema politico, la discontinuità tra il prima e il dopo delle elezioni è così radicale da indurre molti a non volerla vedere, prigionieri di una pigrizia politico-intellettuale o di una propensione conservatrice, ma bisognerà che anch’essi si rassegnino a dover fare i conti con la rupture e a cimentarsi con un’inedita dialettica politica.

Altri, ancora, provano a nasconderne la qualità, riproponendo una lettura del passato che si vorrebbe si perpetuasse, lo scontro cioè tra il polo del governo e i populisti, lo scenario che ha azzerato la politica anche quando i partiti populisti sono entrati nel governo. Ma appunto si parla dei partiti populisti. Abbiamo imparato che possono dirsi di destra, di sinistra o trasversali per poter in ogni caso catturare la protesta, il conflitto dal basso contro le élite che investe le società europee. Ma devono pure esistere perché si possa parlare di una soggettività populista in atto. In Francia, il populismo è stato scomposto, destrutturato e assorbito in parte dalle forze politiche che si sono proposte come alternative classiche della politica al macronismo. Nel grande e crescente mare del non-voto è annegato il resto.

La rottura è segnata dalla novità politica principale emersa in queste due competizioni elettorali, sia quella presidenziale che quella legislativa. Molti nuovi fattori avevano già animato la realtà sociale e politica del Paese: il crollo dei partiti storici della quinta repubblica, quello gaullista e quello socialista, l’astensionismo socialmente qualificato perché praticato prevalentemente dalle classi lavoratrici e dai giovani, l’irrompere sulla scena della rivolta dei gilets jaunes, ma la novità politica decisiva nelle elezioni è stata il protagonismo di una nuova sinistra. È in atto una scomposizione radicale della politica francese, ma è questo nuovo protagonismo che ne imprime il segno emergente. Ha scritto Massimo Nava, un giornalista tra i più attrezzati a capirne la dinamica, che “dalle ceneri della sinistra sparpagliata è emerso il castello elettorale di Jean-Luc Mélenchon, il cui successo esalta questa scomposizione profonda e violenta della politica francese”.

Il Presidente della repubblica appena eletto è stato appena sconfitto ora. All’Assemblea Nazionale, Macron non solo non ha la maggioranza ma è assai lontano da essa. Il Presidente della repubblica dovrà cercare nuovi e precari compagni di viaggio senza sapere se la legislatura durerà e fino a quando. Il Nupes di Mélenchon conquista più di 150 seggi, la destra estrema di Le Pen quasi 100. È stato scritto: “Se Jean-Luc Mélenchon è il vero vincitore, anche Marine Le Pen ottiene un grande successo”. Ma quest’ultima non è una novità, essa è andata al ballottaggio per il presidente anche questa volta, come in quella precedente, e come in quelle animate dai suoi predecessori.
Al contrario, la sinistra di Mélenchon non ha precedenti, viene da una realtà politica destrutturata, divisa, frantumata, ininfluente. È il suo nuovo inizio per una sinistra di alternativa, antisistema. Sempre Nava ha tradotto in termini corretti, senza alcuna concessione alle mode, il profilo politico di Mélenchon: “è un abile trascinatore che ha saputo con l’intelligenza e l’esperienza del vecchio militante marxista, trasformare in forza parlamentare il senso di ingiustizia di milioni di francesi”.

Ma per intendere come sia stato possibile realizzare l’impresa, bisogna studiarsi il cammino di La France Insoumise, a partire dal suo corpo a corpo con il populismo per sussumerne le domande più radicali di cambiamento e le ragioni di scontro con tutte le principali forze politiche, tutte, sia quelle di destra come quelle di centro, rigettando ogni ipotesi alleantista per costituirsi come polo di alternativa, un’alternativa appunto di sistema. Si scrive così anche l’azzardo risultato proficuo a candidarsi prima a Presidente della repubblica, in alternativa a Macron, e poi a capo del governo per una coabitazione conflittuale tanto difficile quanto di sfida concreta anche sulle politiche di governo del paese. Gli obiettivi così definiti non sono stati realizzati, ma il risultato è straordinario e ha cambiato la scena politica della Francia.

Con i due pilastri partitici della quinta repubblica è uscita di scena la pur gloriosa disciplina repubblicana, quella da attivare contro la destra, perché è rinato il tema dell’alternativa di sinistra e con essa può rinascere la politica, persino mediante un ritorno sul terreno istituzionale alla classica tripolarità, costituita da un lato da una sinistra rinata, anche diversa dal passato, dall’altra, da un centro di natura tecnocratico, e dall’altro ancora, da una destra che vive tra il conservatore e il reazionario in una parte non trascurabile della Francia. Ma se guardi a come vive nella società La France Insoumise e come si è venuta costituendo, ne puoi intendere tutta l’innovazione su cui si è costituita. Non è la ricostruzione di un partito tradizionale, ma è la creazione di una soggettività politica, fondata sulla partecipazione di massa, sulla libera scelta dei suoi aderenti di associarsi secondo vocazione e affinità in piccoli gruppi organizzati di azione e di elaborazione, gruppi che possono farsi comunità e organizzarsi in rete.

Una creazione fondata sulla costruzione di una campagna per grandi obiettivi condivisi, sull’organizzazione di istanze per la ricerca e il confronto partecipato sulle scelte politiche da assumere, anche attraverso referendum interni. In estate, vengono organizzate università estive, come grandi scuole di formazione, una potente e diffusa rete di organi di comunicazione costituisce una trama di relazioni tra i militanti e l’opinione pubblica. Ne esce un nuovo soggetto politico capace di iniziativa, di azione, di elaborazione, di riflessione condivisa. Un soggetto inclusivo, capace di costruire un popolo per un obiettivo e una meta. Da noi, ne ha scritto recentemente assai utilmente, con una competenza vera, acquisita anche dall’interno dell’esperienza stessa, Alessandro De Doni. La novità a sinistra, dunque, è grande, essa ha scosso l’intero quadro politico francese che non è più lo stesso di quello che ha preceduto queste tornate elettorali. Domenica scorsa, le elezioni hanno inaugurato un nuovo ciclo politico in Francia, un ciclo aperto all’imprevisto.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.