“In Italia, come dimostra il recente voto al primo turno delle amministrative, è iniziato un processo di polarizzazione tra Pd e Fratelli d’Italia. Pensare di poter trapiantare da noi un “Mélenchon” a me pare un esercizio letterario piuttosto che una ipotesi politica praticabile”. Parla chiaro il senatore dem Luigi Zanda, presidente del Gruppo del Partito democratico a Palazzo Madama nella precedente legislatura. E lo fa anche per ciò che concerne lo scontro in atto all’interno del Movimento5Stelle, chiamando in causa Conte, sul tema più esplosivo e di stringente attualità: le armi all’Ucraina. “È nell’interesse di Conte – dice Zanda a Il Riformista – spiegare cosa voglia dire essere in sintonia con l’Europa e la Nato”.

Senatore Zanda, il segretario del suo partito, Enrico Letta, continua a evocare e a lavorare per un “campo largo” del centrosinistra. Ma più che largo il campo appare alquanto accidentato, soprattutto alla luce degli stracci bagnati che volano nei 5Stelle.
Senta, faccio una premessa. Oggi, a mio avviso, si dovrebbe parlare soprattutto della guerra, di Europa, del gas, del grano, della siccità, dell’inflazione. Detto questo, parliamo pure di politica interna. Osservo che i risultati del primo turno delle amministrative, hanno mostrato l’inizio di un processo di polarizzazione sia nel campo del centrodestra, che in quello del centrosinistra. Sono cresciuti i due partiti leader, Fratelli d’Italia e Partito Democratico, mentre hanno avuto flessioni di varia entità i loro alleati. Anche per via di questo risultato, sono aumentate le tensioni nei partiti che hanno perso le elezioni. Lo vediamo nel dibattito interno dei 5Stelle e nelle pesanti divergenze nel centrodestra a cominciare dalla Sicilia e dal secondo turno a Verona. Naturalmente il problema dei 5Stelle è più rilevante…

Perché?
Per due ragioni. La prima, perché si tratta del partito di maggioranza relativa. La seconda, perché Di Maio ha posto problemi politici seri, e cioè come l’Italia deve stare nelle sue alleanze e come un partito deve stare in una maggioranza e in un governo di coalizione. In questo quadro, oggi è molto difficile prevedere come si presenteranno alle elezioni politiche del 2023 i due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra. Non siamo nemmeno certi di quale sarà la legge elettorale con la quale andremo a votare.

La politica italiana guarda anche a ciò che avviene fuori dai propri confini nazionali. Una prima questione riguarda il voto francese. Le elezioni per l’Assemblea Nazionale hanno sancito una sconfitta bruciante per l’alleanza “macroniana”, e il successo della sinistra radicale di Mélenchon e della destra estrema di Marine Le Pen. Quali lezioni dovrebbe trarre, a suo avviso, il Pd e il centrosinistra dal voto francese?
Lo scenario internazionale è preoccupante. Non solo per la gravissima e troppo lunga guerra in Ucraina, ma anche le incognite che pesano sulle prossime elezioni di metà mandato negli USA, per le tensioni su Taiwan e per l’assoluta mancanza di un ordine mondiale. Quanto all’Europa, la sua fotografia è molto mossa. In Germania, il dopo Merkel sta producendo un calo vistoso di autorevolezza. In Gran Bretagna da mesi sembra che il governo sia appeso a un filo. E in Francia, nel giro di una settimana gli elettori hanno detto due cose diverse…

Vale a dire?
Prima hanno confermato Macron presidente di una Repubblica presidenziale, poi hanno detto che non vogliono che Macron abbia la maggioranza assoluta in Parlamento. È come se eleggendo Macron presidente abbiano voluto assicurare stabilità alla politica estera della Francia e col voto per il Parlamento abbiano voluto manifestare scontento per la gestione dei problemi interni del Paese. Questo ovviamente complica molto le cose in Europa. La situazione italiana è un pezzo di questo mosaico. Le elezioni politiche italiane del 2023 sono importantissime non solo per noi, ma anche per l’Europa. E dobbiamo capir bene qual è l’importanza geopolitica dell’Europa. Putin a San Pietroburgo e subito dopo Medvedev hanno preconizzato la fine dell’Unione europea ed hanno ribadito che la loro guerra in Ucraina è un pezzo di uno scontro più ampio tra le democrazie liberali e i sistemi autoritari. Se l’Europa dovesse mostrare nei suoi paesi più importanti un forte indebolimento della democrazia, questo avrebbe un riflesso negativo sugli equilibri del Pianeta.

Restando sul tema della guerra e dei comportamenti dei governi. Uno dei temi al centro dello scontro nei 5Stelle è proprio quello relativo a nuove forniture di armi all’Ucraina. Su un tema di questa portata, per rimanere alla metafora del “campo”, può esisterne uno così diviso come appare quello che vede al suo interno i pentastellati, ad un passo, in atto, dalla scissione?
Oggi non basta dire genericamente di essere a favore dell’Unione europea e della Nato. Perché è anche essenziale dichiarare “come” si sta dentro queste alleanze. Ci si sta con distinguo giornalieri su punti molto rilevanti, o si ha una piena condivisione delle strategie comuni? In questo momento, mentre facciamo questa intervista, posso solo supporre quale sarà l’esito politico delle trattative ancora in corso sulla risoluzione. Nei documenti parlamentari ogni parola ha un peso. Penso però che alla fine tutta la maggioranza voterà un testo concordato all’unanimità e lascerà inalterate le facoltà del governo già deliberate dal Parlamento il 25 febbraio scorso. Rotture su questioni che attengono alle alleanze internazionali dell’Italia sarebbero inammissibili. Poi ci sarà la necessità di affrontare le questioni politiche di fondo che sono state sollevate da Di Maio e che riguardano sia il suo partito che Giuseppe Conte. Quali sono, in concreto, le diverse posizioni su punti fondamentali come l’aiuto all’Ucraina? Se è vero che l’Italia, l’Ue e la Nato sono a favore dell’Ucraina, Paese aggredito, bisogna anche dire in che modo intendiamo continuare ad aiutarla per evitare l’occupazione del Paese da parte della Russia. Putin è armato fino ai denti e l’Ucraina no. Sinora Putin ha rifiutato ogni offerta di pace e, nel frattempo, continua a bombardare e ad occupare pezzi di Ucraina. Se l’Ucraina non viene rifornita di armi per la sua difesa, come chiede Zelensky, Putin occuperà tutto il Paese. Lo ha già fatto in Crimea, lo ha fatto in Georgia, lo ha fatto in Siria, lo ha fatto in Cecenia.

Essere in sintonia con l’Europa, lei sottolinea. Ma a fronte di una cronicizzazione della guerra, non crede che oltre che inviare armi all’Ucraina, ci sia bisogno di una idea di pace che contempli anche una soluzione di compromesso tra i belligeranti. Macron ha ribadito a più riprese che la pace non può fondarsi sull’umiliazione della Russia. Ma non tutti in Europa e soprattutto negli Stati Uniti la pensano così.
La pace passa, innanzitutto, dal cessate il fuoco. Ma anche della Russia, non solo dell’Ucraina. È la Russia che ha invaso l’Ucraina, non viceversa.

Per concludere su Conte. C’è chi lo vorrebbe come una sorta di “Mélenchon italiano”. Lei che ne pensa?
Io penso che sia in atto in Italia una spinta alla polarizzazione del consenso su Pd e Fli che alle prossime politiche sfioreranno il 25% e forse lo supereranno. Per un Mélenchon italiano non mi sembrano esistano le condizioni. Se poi Giuseppe Conte possa essere la persona giusta per un progetto del genere, non so rispondere.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.