Un disvelamento troppo a lungo taciuto. Da una parte del palco Carlo Calenda, leader di Azione, dall’altra Bruno Astorre, senatore e segretario del Pd Lazio. «Da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano. Nel campo largo tutti sono utili, le proposte riformiste di Azione sono ben accette. Penso ai prossimi appuntamenti elettorali nel Lazio, alle amministrative di maggio, ma l’obiettivo è quello delle regionali del 2023». E delle politiche, sempre che non siano prima.

L’occasione è stata il primo congresso regionale di Azione che ha portato all’elezione di Valentina Grippo come neo segretario. Zingaretti aveva benedetto il tutto in apertura, anche se da remoto. E la voce che circola da tempo – “Letta ha già stretto un patto con Calenda” – ha trovato così la sua rappresentazione più plastica. Nel giorno più indicato, quello in cui Giuseppe Conte viene nei fatti silurato da un’ordinanza di un giudice e Beppe Grillo dice a tutti i leader e prime file del Movimento: «Ora state zitti e buoni per un po’». SOS cercasi alleati per il “campo largo” la formazione con cui il Pd dovrebbe/vorrebbe affrontare le politiche del 2023. Sempre che – molto difficile – non siano prima. «Posto che non penso che venga cambiata legge elettorale – ragiona a voce alta un membro della Direzione Pd – e che quindi resterà un modello elettorale basato sulle coalizioni, la nostra prospettiva era e resta inclusiva e basata sulla condivisione dei temi».

Tutto chiaro, ma con chi e quando visto che un giorno dopo l’altro il Movimento che fino a pochi mesi fa per il Nazareno era “o Conte o morte” potrebbe perdere il suo pezzo più importante cioè Conte? «In effetti pare chiaro che l’avvocato di Volturara Appula tra un po’ tornerà a fare il professore e l’avvocato. E quindi Letta dovrà guardare a Calenda e anche a Renzi». Per il momento Conte è costretto a prendere ordini dal garante Beppe Grillo, a rinunciare alle interviste tv (ieri sera cancellata Porta a porta) e a mettere sul tavolo la sua nomina. Visto dal Nazareno è sembrata quasi una provocazione quando l’altra sera ospite di Otto e mezzo Conte, ormai afono e senza esercito, ha rivendicato di essere «il leader di quella che sarà la forza propulsiva e progressista del centrosinistra».

Calma e gesso, la forza propulsiva semmai è il Pd. Ai dubbi maturati nella settimana del voto presidenziale con sospetti di intese e ritorni di fiamma con Salvini, si aggiunge in queste ore la presa d’atto della fine di una storia. Era cominciata a marzo 2021 sotto una grande carta geografica e con una promessa: “Il nostro sarà un viaggio bellissimo”. In ottobre Letta diceva: «La nostra è un’alleanza stretta e organica, Conte è imprescindibile». A gennaio gli aveva persino offerto il collegio più blindato di tutti – Roma 1- per essere eletto deputato. Due anni di dichiarazioni d’amore, prima Zingaretti, poi Letta con il coordinamento di Bettini arrivate al capolinea. Con malcelato imbarazzo del Nazareno. Dove qualcuno è sempre stato poco convinto. E la segreteria deve aver annusato da tempo che il vento sarebbe cambiato. Già in ottobre – l’occasione furono le elezioni comunali di Roma – è stato così avviato più o meno riservatamente una “entente cordiale” con l’arcinemico dei 5 Stelle, l’ex ministro dei governi Renzi e Gentiloni, ora eurodeputato e leader di Azione Carlo Calenda.

Qualcuno parla di un vero e proprio “patto” già allora , «un’alleanza con il Pd in vista delle politiche del ‘23 in funzione anche anti Renzi» visto che Azione occupa quel terreno progressista e riformista che forse è l’offerta politica di cui maggiormente avrebbe bisogno il Paese e che è stata individuata per primo da Matteo Renzi quando era nel Pd e poi fondando Italia viva. Era il settembre 2019: Renzi tesse la tela del Conte 2 giallo-rosso per uscire subito dopo dal Pd e fondare Iv; Calenda lasciò poco dopo il Pd per incompatibilità con i 5 Stelle ma già nei mesi precedenti spiegò di essere «pronto a fondare un partito di centro liberal-democratico. Mi muoverò solo se la decisione sarà condivisa». Forse non da oggi e non da qualche settimana il piano del Nazareno è sempre stato “prendersi” Calenda per poter fare a meno di Renzi e Italia viva o comunque complicargli la vita in quel centro progressista e riformista che è casa di entrambi. Non è chiaro chi tra Letta e Calenda abbia scommesso di più e previsto per primo l’implosione dei 5 Stelle.

Di sicuro qualcuno o forse entrambi hanno giocato su due tavoli. È la politica, bellezza, e non ci si può fare nulla. Poi è nato il cartello con +Europa ed Emma Bonino per compattare e dare peso alla truppa parlamentare di Azione che oggi conta una decina di iscritti. Negli ultimi giorni, dopo le urne presidenziali, una nuova centralità di Renzi nella partita Quirinale, l’implosione del centrodestra, dei 5 Stelle e le grandi manovre per dare una nuova forma al centro, Calenda è tornato a sparare alzo zero contro il “centro” che gli fa “schifo” (eppure disse di voler creare un partito di centro) e contro Renzi perché «non lo capisco più». Quella delle alleanze dem è una partita che si sta giocando sottotraccia ma è il passaggio chiave per il dopo. Non c’è molto tempo da perdere: le amministrative sono a primavera; poi inizia la campagna elettorale per le politiche. Il segretario dem deve decidere: la formula “campo largo” è ancora plausibile? In caso affermativo, da chi è abitato? Servono chiarezza nelle idee e coraggio nelle scelte.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.