Noi delle terre occidentali, alla notizia della rivolta degli oppressi diamo prima di tutto una risposta romantica, ovvero ipocrita. Così sta accadendo di fronte alle manifestazioni in Cina dove le folle degli studenti e dei lavoratori nelle aziende agricole chiedono semplicemente che il regime cada e che Xi Jinping si dimetta lasciando il potere al popolo che ne ha abbastanza delle direttive carcerarie anti-covid per cui centinaia di milioni di esseri umani dovrebbero mettersi agli arresti domiciliari. E se necessario morire pur di non inceppare la terribile macchina dell’ “armonia” creata dal partito comunista cinese in antitesi ideologica alla democrazia liberale.

Dall’altra parte, in Iran, non si ferma la rivolta contro gli ayatollah e i loro assassini nell’uniforme delle guardie della rivoluzione, nemici giurati della libertà delle donne, nonché della stessa identità di donne. Gli uomini in Iran cominciano a seguire le continue malefatte di un regime che non è soltanto liberticida ma stragista. È una storia vecchia di decenni, fatta di impiccagioni pubbliche, di processi farsa e di giovani ragazze che affrontano la prigione, la tortura, lo stupro e l’esecuzione quasi senza piangere e senza mai voltarsi indietro. E allora la nostra passione romantica per la rivolta si accende con il risultato di impedirci di capire veramente quel che accade, è accaduto e accadrà. Il regime cinese intanto sembra aver deciso di non affrontare la rivolta con i carri armati come nel 1989 schiacciando con i cingoli i giovani di piazza Tienanmen.

Xi Jinping ha ottenuto l’incoronazione a vita dal partito, sostiene che i regimi liberali d’Occidente sono quanto di più stupido e nocivo si possa immaginare e conosce la scienza della repressione già usata con successo a Hong Kong dove la rivolta degli ombrelli aperti alla fine è stata domata catturando gli adolescenti nelle loro case di notte e trasferendoli in campi di concentramento e di rieducazione dalle distorte idee liberali portate dall’Occidente in Cina. Ma noi occidentali vibriamo di festosa eccitazione quando gli oppressi decidono di resistere e le loro imprese ci distraggono con entusiasmo dalle fiction e dagli estenuanti dibattiti sulle nostre vicende. Intanto la polizia pattuglia tutti i luoghi delle proteste di Shanghai e Pechino e quelli di tutte le altre città in cui i dimostranti sono scesi nelle strade per resistere contro gli ordini anti covid che distruggono le vite di ogni giorno. Ma la loro protesta è diventata la grande prova di forza – non importa con quanta violenza – capace di imporre la vittoria dell’ordine armonico sul disordine occidentalista.

I cinesi sono ormai contaminati dall’occidentalismo che ha messo radici profonde ad Hong Kong e anche dai riflessi e dai richiami di Taiwan. E non sono più gli stessi di trent’anni fa. Ma Xi Jinping non può perdere l’onore soltanto perché alcune centinaia di milioni di suoi sudditi chiedono la libertà coprendosi il volto con un foglio bianco che simboleggia l’inutilità della censura. Il barometro della storia segna sangue. Dall’altra parte in Iran i resistenti hanno sempre perso ma non hanno mai smesso di riorganizzarsi e lottare. Non è mai per loro il momento dell’ottimismo ma neppure quello della resa. È già successo nel 2018 quando il consiglio nazionale della resistenza in Iran si sentì ottimista e fu a un passo dal dichiarare la vittoria. Ma bastarono poche settimane per rendersi conto che il regime era rimasto forte malgrado le crepe e che mentre in patria perdeva consenso, nel frattempo guadagnava punti sullo scenario mediorientale. Questa volta forse è diverso perché tutto è cominciato dopo la morte di una ventiduenne che si trovava nelle mani della polizia che soprintende alla moralità.

Le donne già avevano cominciato a organizzarsi durante i moti del 2017 quando per la prima volta scoprirono di avere un potere di cui non si erano ancora rese conto. Oggi non chiedono soltanto riforme ma, esattamente come i giovani cinesi, chiedono la caduta del regime e la vittoria della libertà. Alle donne iraniane si sono aggiunte le minoranze etniche esattamente come accade in Cina. e, come in Cina, si grida e si scrive che la misura è colma e che non si può andare oltre con la repressione. Tuttavia non possiamo aspettarci la caduta dell’uno e dell’altro regime malgrado la crescente adesione di milioni e milioni di dimostranti. La novità è che oggi le dimostrazioni sono molto più organizzate e riescono a tenere in scacco i corpi della guardia rivoluzionaria che non sanno più se usare la violenza e il terrore come uniche armi o cercare delle soluzioni psicologicamente nuove per riaffermare lo stato sciita islamico.

In Cina la vittoria di Xi Jinping nel controllo totale del partito comunista cinese ha messo fuori legge tutti gli oppositori interni ed esterni provocando una reazione che ancora non può essere calcolata né nei numeri, né nelle conseguenze. Il presidente cinese aveva previsto quasi tutto ma non una ripresa potente e violenta della pandemia. Che ha rivelato una totale impreparazione delle strutture sanitarie cinesi e come conseguenza la decisione militaresca di una segregazione di interi pezzi di umanità dal diritto alla vita. Non è questione di lockdown ma di messa al bando di un’intera generazione. Il governo cinese ha deciso che è meglio perdere milioni di esseri umani pur di piegare il virus usando come arma di isolamento la fine della vita civile per una popolazione che è più grande di quella dell’Europa intera.

La Cina affronta ciò che prima non aveva mai affrontato: l’instabilità e la fuga dei mercati che finora erano affluiti con grandi speranze nelle principali città a cominciare da Shanghai e Pechino. In queste due metropoli le dimostrazioni si sono trasformate in proteste violente e scontri con la polizia perché i dimostranti non chiedono soltanto di riottenere il diritto a vivere ma chiedono apertamente la caduta del regime di Xi Jinping. Nelle città di Guangzhou e Urumqi la ribellione si è scatenata trovando impreparate le forze di polizia e facendo intravedere ai giovani cinesi la possibilità di una vera rivoluzione e non soltanto di una rivolta per motivi sia economici che esistenziali.

Altri segnali arrivano dalla Russia dove con lentezza esasperante si assiste alla presa di coscienza e alla conoscenza della guerra in Ucraina e in un certo senso nell’Ucraina stessa, dove la necessità di affrontare un inverno atroce provoca un riassemblamento della società in termini che non sono più soltanto patriottici ma politici di un nuovo genere che ancora l’umanità non aveva mai sperimentato: quello della sopravvivenza al freddo, al gelo e alle esplosioni mentre ogni speranza di pace sembra fallire. Sia il regime dell’Iran che quello cinese fanno parte di quel mondo dell’est che a Samarcanda non trovò una sua unità e non concesse alla Russia la solidarietà che la Russia chiedeva.

Anche l’India di Modi, scossa da nuovi fremiti natalizi di un genere di Natale cui noi occidentali non siamo preparati, comincia a valutare quel che sta o può accadere, così come analisti di mercato e di intelligence sembrano per il momento arrestarsi di fronte a un futuro incerto e un passato non meno incerto se è vero com’è vero il detto russo secondo cui il passato non smette mai di sorprenderci e impedisce di preparare il futuro.

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Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.