Manca poco all’anniversario della scomparsa di Alfonso Giordano. Accettò di presiedere il maxiprocesso di Palermo e fu garantista da sempre. Di quei magistrati garantisti che adempiono al proprio dovere senza deroghe, né paraocchi. Pronto a rimettere in discussione i sacramenti della Sacra Toga fino a farsi convincere da Giovanni Falcone delle ragioni della separazione delle funzioni, o meglio: delle carriere. Un magistrato-simbolo, coraggioso e capace di andare controcorrente. E fuori dalle correnti. Ed è forse anche per questo che oggi qualcuno prova a esercitare la damnatio memoriae: di Giordano si deve parlare poco. Anzi, meglio sarebbe non parlarne affatto.

Hanno già cominciato. Il nome dell’alto magistrato dei record, quello che ha guidato con mano salda il processo più ampio della storia europea – dopo Norimberga, va bene, ma quello fu un processo militare per crimini di guerra – già viene scavalcato e messo ai margini, quando non “dimenticato”. Sta accadendo sempre più spesso. Ed è molto interessante capire perché. Lo abbiamo chiesto a suo figlio Stefano Giordano, l’avvocato che ha permesso, tra l’altro, l’assoluzione di Bruno Contrada in Cassazione.

Vorrei partire con un fatto: di nuovo si è tenuta la Giornata della Memoria per Falcone, e di nuovo ci si è dimenticati di citare suo padre, che fu il più diretto interlocutore – in aula – di Giovanni Falcone. Dico di nuovo perché era già accaduto quando era vivo, e ora che è scomparso, rieccoci: il presidente del maxiprocesso fatica a trovare posto nella storiografia ufficiale, quando si parla di Falcone. Mi aiuta a capire come mai?
Vogliamo chiamarla rimozione? Non ci riusciranno, ma il tentativo c’è. Ci fu una prima dimenticanza incredibile, nel giugno 2017. Fecero grandi celebrazioni per Falcone e lui non venne invitato. Né lui né me, che pure da avvocato ero già stato invitato anche alle giornate precedenti. C’è chi mi dice che qualcosa o qualcuno intervenne. Ufficialmente: se ne dimenticarono. Distrazione.

Però Alfonso Giordano, che distratto non era, forse aveva una idea su questo strano ostracismo.
Era molto restio a fare polemiche ma gli dispiacque molto. Io mi indignai, ne parlammo a lungo. In privato, senza mai sbavature con i colleghi. Non si capacitava: tutti si sentivano in dovere di parlare di Falcone, mentre lui che aveva condotto il processo sui suoi arresti, sulle sue inchieste, veniva tenuto fuori. Aveva seduto sullo scranno del presidente di quell’incredibile processo assumendo su di sé una responsabilità e un rischio altissimi, davvero ingrato trattarlo così.

E lei che idea si è fatto?
Non vorrei che il motivo recondito di questi inviti mancati sia stato il fatto che io ho assistito Bruno Contrada. È un sospetto, ma è un sospetto terribile. Perché io inizio ad assistere Contrada nel 2017 e subito dopo, proprio in quell’anno, si verifica la prima “dimenticanza”. Sarebbe una ferita gravissima per tutta la giustizia, se fosse così.

La difesa continua a subire l’accusa, non c’è niente da fare. Al di là dei princìpi, è nei fatti.
Sa che proprio mio padre si incaponì per attuare quanto stabilito dalla riforma della procedura penale? Adesso la normativa prevede che i Procuratori generali siedano parallelamente agli avvocati, in corte d’Appello. In sedute allineate e di pari altezza. Un accorgimento simbolico e non solo. Lui fece applicare rigidamente la cosa, anche a Palermo. Altro sgarbo: appena lui non vestì più la toga, ripristinarono, andando contra legem, l’iniqua disposizione. Con i Procuratori che guardano dall’alto in basso i difensori, seduti in uno scranno che si avvicina a quello del presidente della Corte. Si vada a controllare – non solo a Palermo – cosa avviene nelle corti d’Appello di quasi tutta Italia.

Ho capito, era inviso a molti perché garantista. Venne messo in secondo piano a beneficio di altri?
Rivelo una cosa che può scrivere, perché tutta documentata. Mio padre prima di morire fece una causa contro Corrado Stajano. L’intellettuale, che era stato anche Senatore come indipendente nel Pds, aveva scritto su Il Sole 24Ore che formalmente il maxiprocesso era stato sì presieduto da mio padre, ma nella sostanza a celebrarlo fu Pietro Grasso. Una distorsione inaudita e una ricostruzione assolutamente falsa, come stabilito poi in giudizio. Mio padre vinse la causa, Stajano e Il Sole 24Ore vennero condannati. Purtroppo, Pietro Grasso non ha mai trovato il tempo di chiamare mio padre per fargli un cenno sulla vicenda, per prendere le distanze. Non lo ha più chiamato, pur essendo stato tirato in ballo da altri, ed è un’altra cosa della quale mio padre si dispiacque.

A chi rivolge il suo invito a non dimenticare più?
Maria Falcone si scusò per la dimenticanza del 2017. Il vicepresidente della Fondazione Falcone è Giuseppe Ayala, persona degnissima per la quale ho grande stima. Ma c’è qualcuno lì che si ricorda di dimenticare.

Forse quelli che si ricordano di dimenticare suo padre, potrebbero trovare giovamento da qualche dedica pubblica. Un’aula, ma anche fuori dai tribunali: una piazza.
Abbiamo fatto questa richiesta: dedicare proprio l’aula bunker di Palermo a mio padre. Io come famigliare e il COA di Palermo, abbiamo protocollato la domanda due mesi fa. Non ci ha ancora risposto nessuno. Il Comune di Palermo e anche il Comune di Milano hanno manifestato l’idea di una dedica pubblica. Di giardini, per iniziare. Perché servono almeno dieci anni dalla scomparsa, per l’intitolazione di strade. Giovedì verrà dedicato nel quartiere Libertà di Palermo un giardino alla sua memoria. Mentre i suoi colleghi lo hanno lasciato solo. Lo lasciarono solo durante la carriera, figuriamoci adesso che è morto. Il Presidente del tribunale di Palermo, Antonio Balsamo, fa eccezione.

Che rapporto c’era tra Giovanni Falcone e Alfonso Giordano?
Di grande stima e di una certa sintonia. Ma attenzione: non di amicizia. Quella è un’altra cosa e mio padre era molto attento ai ruoli e alle funzioni. Non frequentò mai Falcone durante il maxiprocesso, non ci furono mai riunioni fuori dall’aula, tantomeno telefonate, figurarsi le cene. Quella deriva che sono le commistioni tra magistratura inquirente e giudicante, mio padre le ha sempre tenute distanti.

Ci racconta quel che gli disse Falcone a proposito della separazione delle carriere?
In quegli anni capitò di rado di parlarsi fuori dagli atti; fecero qualche viaggio insieme andando in aereo a Roma, da quanto mi disse. E mi raccontò di quando Falcone gli ribadì la necessità di fare una riforma radicale separando le carriere in magistratura. Mio padre era inizialmente contrario, o meglio non deciso. Ma si convinse.

In questo, Falcone aveva una visione più politica di altri?
Sì, per questo riuscì così bene anche quando fu chiamato a Roma da Martelli. E per questa sua visione lungimirante e garantista si attirò tanti strali, tante polemiche. Mio padre parlando con Giovanni Falcone e poi, andato in pensione, quando poté riflettere sulla azione della magistratura, si rese conto che la commistione delle carriere stava creando un problema insanabile: c’era il timore, dal ’92 in poi, di assolvere. Anche quando non c’erano molte prove. Per la pressione mediatica, il clima generale, ma soprattutto per un motivo più specifico. Che gli venne fatto notare da Falcone.

Quale?
Assolvendo, il giudice contraddice il lavoro svolto da un altro magistrato, quello inquirente. Quando per anni si fa la carriera insieme, si sviluppano rapporti, si conoscono le rispettive famiglie, nasce un rapporto di reciproca stima e fiducia, ecco… anche involontariamente, è molto difficile preparare un’assoluzione. E da questo nacque il suo convincimento. Perché non si può davvero garantire una terzietà, una obiettività di giudizio quando Pm e magistrato giudicante si trovano a crescere insieme, costruendo un rapporto di stima.

Una considerazione forte, da parte di un Falcone inquirente a un magistrato giudicante.
Falcone era così. Faceva il suo dovere tenendo ben presenti garanzie e tutele. Mio padre ricordava quell’episodio su Andreotti: quando un pentito, Pelleriti, disse che Andreotti era un mafioso, Giovanni Falcone lo denunciò per calunnia. Le sue indagini erano rigorose, le accuse circostanziate. Ci sono, e Falcone lo dimostra, perfino dei Pm garantisti.

Alfonso Giordano non avrebbe avuto dubbi, su questo referendum…
No di certo, si prova a votare per un principio in cui credeva. Avrebbe votato 5 Sì. Il suo ultimo cruccio fu questo: la morsa del potere giudiziario su quello politico. E diceva che la separazione delle carriere avrebbe posto quell’argine che serve. Lo dico oggi mentre qualcuno prova a travisare le parole di Falcone. Vogliono allontanare gli elettori dai seggi, ma non possono rimuovere la storia.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.