La sinistra riformista (ammesso e non concesso che ancora esista) e le forze democratiche non devono sottovalutare il colpo di coda della Bestia salviniana che ha trovato (insieme a Giorgia Meloni che non può lasciare margini all’alleato/avversario su questo terreno inquinato) uno spazio d’iniziativa politica nel tentativo di risvegliare ed assemblare due “paure” irrazionali che l’opinione pubblica stava superando: l’immigrazione clandestina e il contagio. Il gioco sporco che non è riuscito all’inizio della emergenza (quello di prendersela con i cinesi residenti), potrebbe avere successo con i negher, che hanno ricominciato (quando mai hanno cessato?) ad attraversare il Mediterraneo portandosi appresso – ecco la novità – il contagio.

Come al solito la narrazione sovranpopulista non ha bisogno di seguire un filo logico o di avere un minimo di coerenza; anzi, più è sgangherata e disonesta meglio può influenzare l’opinione pubblica dei selfie. In fondo, in un colpo solo, vengono semplificati due problemi intricati e complessi: la pandemia e l’immigrazione; basterebbe impedire gli sbarchi per difendere non solo la nostra sicurezza (in pericolo da quando i decreti Salvini corrono il rischio di modifiche), ma anche la nostra salute. Salvini al Senato, Meloni (esagitata) alla Camera hanno bollato con parole di fuoco la richiesta di prorogare lo stato d’emergenza, negando che vi fosse ancora questa necessità ed accusando il governo di cospirare contro le libertà dei cittadini e la ripresa dell’economia. In sostanza, i nostri sostengono, adesso, le posizioni (ora abiurate) che Trump e Bolsonaro esprimevano all’inizio della crisi e negano il rischio di una ripresa del contagio, nonostante che accusino gli immigrati di essere gli “untori” importati dal governo, irresponsabilmente dall’Africa, allo scopo di tenere accesa la psicosi sanitaria, di avere la possibilità di adottare misure autoritarie e di rimanere in carica.

Per farla breve, il teorema sovranpopulista è il seguente: l’emergenza sarebbe finita se non vi fossero i clandestini ad accendere focolai in giro per la Penisola per spegnere i quali il Conte 2 vuole esercitare poteri straordinari. Il fatto che – a prescindere dall’attribuzione delle responsabilità – esistano dei rischi nei confronti dei quali è bene prendere delle precauzioni viene negato proprio da quelli che tali rischi denunciano. Ma chi può escludere che l’opinione pubblica non torni a credere in tutte queste “boiate”? È veramente spregevole avvalersi di argomenti siffatti per recuperare un consenso in declino dopo la batosta del “pacchetto europeo”. Ma la reazione delle forze democratiche è inadeguata. E la sinistra è divisa, non riesce a darsi una linea credibile; oscilla tra un’indifferenza ammantata di “buonismo” (quando la situazione degli sbarchi, per diversi motivi, non è ancora emergenza) e l’assunzione di una linea di rigore che vorrebbe affrontare il fenomeno perseguendo gli obiettivi di Salvini (respingimento, redistribuzione, rimpatri forzati, ecc.) sia pure “con altri mezzi”.

E ovviamente non riesce a mantenere gli impegni che assume perché la questione dell’immigrazione è irrisolvibile. Anche il Capitano, dal Viminale, non è riuscito a dare corso alle sue minacce, ma i rimedi che proponeva (il blocco dei porti, la persecuzione delle Ong, le accuse alle cooperative, ecc.) avevano la caratteristica di semplificare al massimo una questione molto complessa e di segnalare all’opinione pubblica i responsabili (che sono sempre avversari politici o istituzioni ostili, asserviti a congiure disparate). Da questo gioco perverso non si esce se non si affronta il problema di fondo dell’immigrazione che è strutturale nella storia dell’umanità. Nel libro di Diego Masi Explonding Africa (Lupetti editore 2018) l’aspetto maggiormente analizzato è quello della crescita demografica attesa che porterà la popolazione africana dagli attuali un miliardo e cento milioni di persone a due miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 e forse a quattro miliardi e trecento milioni nel 2100. La povertà del continente vede il 70% della popolazione subsahariana vivere con meno di un dollaro al giorno, ed il 60% della forza lavoro che si può considerare disoccupata. Un saggio di Stephen Smith Fuga in Europa (Einaudi, Torino, 2018) si sofferma anch’esso, sia pure da un altro angolo di visuale, sulle previsioni demografiche per un continente (l’Africa) dove già oggi il 50% della popolazione ha meno di 18 anni, dove solo il 5% delle terre coltivabili è irrigua e dove il 96% dei contadini coltiva meno di 5 ettari a testa.

Nel 2050 l’Africa dovrebbe quintuplicare la propria produzione agricola per sfamare la crescente popolazione; e da oggi all’Africa occorrerebbero 22 milioni di posti di lavoro in più ogni anno per mantenere gli attuali (assai inadeguati) livelli di occupazione e disoccupazione. Questi numeri vanno messi in parallelo con il declino demografico europeo: lo scenario “Convergence 2010-2060” prevede, in mezzo secolo, 70 milioni di abitanti in meno nel Vecchio continente, in particolare 24 milioni di meno in Germania (-29%), 15 milioni in meno in Italia (-25%), 8 milioni in meno in Spagna (-18%). Per mantenere l’attuale livello di popolazione attiva l’Europa dovrebbe accogliere 1,6 milioni di stranieri l’anno. Quanto all’Italia, sull’autorevole rivista Il Mulino, uno dei più importanti demografi italiani, Massimo Livi Bacci (“Un’Italia più piccola e debole? La questione demografica”), ricordava il contributo fornito dall’immigrazione nel tamponare il declino demografico. Tra il 2002 e il 2017 gli iscritti nelle anagrafi provenienti dall’estero hanno superato le persone cancellate dalle medesime anagrafi, per trasferimento all’estero, di circa 3,7 milioni di unità, consentendo così alla popolazione residente di passare da 57 a 60,5 milioni. Eppure – sosteneva Livi Bacci – neppure l’immigrazione è ora sufficiente a mantenere l’equilibrio demografico; la popolazione, infatti, è diminuita di 300mila unità nel corso degli ultimi tre anni.

Quanto alle prospettive future, tra vent’anni, secondo uno scenario ottimistico, la popolazione italiana diminuirebbe di un milione di unità. Al suo interno vi sarebbero, però, delle trasformazioni significative: -1,6 milioni della popolazione sotto i 20 anni; -4 milioni di quella in età attiva (tra 20 e 70 anni); +4,6 milioni degli anziani over70. Questo trend sarebbe consentito in presenza – affermava Livi Bacci – di un guadagno netto migratorio tra le 160mila e 180mila unità ogni anno. Se invece passasse l’ipotesi della “immigrazione zero”, la popolazione scenderebbe di 6 milioni quale somma algebrica tra -11 milioni per i minori di 70 anni e +5 milioni di coloro che superano tale età. In sostanza, tra ora e il 2040 la popolazione adulta e attiva diminuirebbe di 4 milioni se alimentata da un flusso costante di stranieri immigrati, mentre diminuirebbe di 10 milioni nel caso di azzeramento dei flussi immigratori.

Al dunque, se proseguisse la politica “propagandistica” dell’immigrazione, l’Italia dovrebbe augurarsi, paradossalmente, la distruzione, per effetto della rivoluzione tecnologica, del più gran numero possibile di posti di lavoro, perché non vi sarebbe altrimenti un’offerta adeguata. Ma le tasse e i contributi chi li pagherebbero: i robot? Ovviamente, questi ragionamenti appartenevano ad un mondo che non sapeva che cosa fossero il covid-19 e i suoi effetti. Ma la pandemia ha aggravato il problema dei “vasi comunicanti” tra i due emisferi del pianeta. Non dovrebbe essere difficile spiegare che il fenomeno dell’immigrazione può solo essere gestito e razionalizzato, non impedito, anche attraverso i “blocchi navali” la cui caratteristica principale, in tutte le epoche, è quella di essere “forzati”. Trump voleva costruire un muro sul confine con il Messico, ma ha capito che sarebbe stata un’operazione inutile. Negli Usa gli afroamericani sono e restano una minoranza in un Paese il cui la maggioranza della popolazione si appresta ad essere composta da latinos.