«Un uomo molto anziano, molto debilitato, a tratti poco lucido, con risposte non sempre pertinenti nello spazio e nel tempo. Ricordo che gli chiesi se sapeva quale giorno fosse e non seppe rispondermi». Roberto Cavalieri, garante dei detenuti di Parma, è stata una delle persone che ha incontrato Raffaele Cutolo negli ultimi periodi della sua vita nel supercarcere emiliano dove era recluso da anni. Cavalieri ricorda due incontri con il vecchio boss della Nco.

«Doveva dare l’assenso per una radiografia, ricordo che lo fece tempo dopo». Vecchio, malato, incapace di reggersi in piedi sulle sue gambe senza l’aiuto dell’operatore socio-sanitario che nel carcere di Parma gli era stato affiancato ma non certo per accudirlo ventiquattro ore su ventiquattro. «Era come se il lungo tempo trascorso in detenzione lo avesse consumato sul piano cognitivo più velocemente di quanto possa accadere a un uomo libero», aggiunge Cavalieri. Cutolo è stato il detenuto che ha trascorso più tempo al famigerato carcere duro: era al 41-bis dal 1992. Ed era sottoposto alle restrizioni più severe che l’ordinamento penitenziario prevede anche l’altro giorno quando il suo fisico non ha più retto e ha ceduto all’ennesima complicazione sopraggiunta con una polmonite.

Nessun magistrato di Sorveglianza, negli ultimi anni, ha voluto concedergli un minimo beneficio in considerazione del suo stato di salute, un allentamento delle misure restrittive. Nonostante l’età anagrafica e i lunghi anni della detenzione, il nome di Cutolo ha continuato ad avere un peso sulle valutazioni con cui magistrati e giudici sono stati chiamati a bilanciare la storia criminale del boss con la storia umana dell’uomo detenuto, anziano e malato. Dai ricordi del garante dei detenuti di Parma emerge il ritratto di un uomo stanco e indebolito nel fisico e nella mente, come lo sono la gran parte dei detenuti per i quali il carcere diventa soltanto prigionia, privazione e compressione dei diritti anche i più elementari. Nel supercarcere di Parma Cutolo viveva da solo in una cella di uno dei reparti a più alta sicurezza della struttura. Una cella spartana, con una finestra per filtrare la luce ma non per consentire allo sguardo di spaziare, perché la visuale era sbarrata da un muro a poca distanza. La fine del boss della Nuova camorra organizzata si è consumata in una cella alla fine di un corridoio isolato e silenzioso, un settore del carcere dove non c’era nessun altro detenuto.

La notizia della morte di Cutolo ha riaperto l’antico dilemma sulla funzione rieducativa della pena, sulla necessità di un carcere più umano, sul conflitto tra il 41bis e l’articolo 27 della Costituzione e riacceso il dibattito sui diritti che dovrebbero essere garantiti anche a chi ha commesso il più feroce dei crimini e sull’importanza degli spazi della detenzione. «L’età media dei detenuti al 41-bis a Parma, per esempio, è oltre i 63 anni – spiega il garante Cavalieri ponendo l’accento su un altro aspetto che andrebbe rivalutato in un’ottica di riforma della giustizia e del sistema carcerario – ma per il nostro ordinamento gli ergastolani dovrebbero rimanere sempre dei giovanotti», aggiunge con un pizzico di ironia che vale a evidenziare il problema e non certo a minimizzarlo. «La dimensione della vecchiaia in carcere è violata come quella dei detenuti disabili, anziani e malati. Il nostro sistema non considera che chi sconta un ergastolo ostativo diventerà un detenuto anziano», aggiunge il garante che sposta la riflessione sul detenuto geriatrico e sulla difficoltà di conciliare una lunga pena con il deperimento fisico di chi la sconta.

«Le carceri non sono attrezzate per gestire queste persone – spiega Cavalieri – mancano soluzioni intermedie, mi riferisco a strutture di tipo sanitario geriatrico». E l’aspetto sanitario non è l’unico da considerare: per gli ergastolani anziani, condannati all’ergastolo ostativo, non ci sono attività trattamentali, c’è solo l’ora d’aria a cui i detenuti stessi finiscono per rinunciare scegliendo di restare tutto il giorno in cella ad attendere solo che il tempo scivoli via giorno dopo giorno. Basti pensare che le ore dedicate alla cultura per ciascuno di questi detenuti sono 2 o 3 all’anno. E così, lentamente, scontando una pena che è solo privazione, in carcere si muore.