Finalmente Nicola Gratteri ha trovato il suo difensore di fiducia. E che difensore. L’ingegner Carlo De Benedetti si è mosso con l’artiglieria del suo piccolo sofisticato quotidiano-settimanale Domani e ha mobilitato due giornalisti-scrittori, Gianluigi Nuzzi e Enrico Fierro a gridare “giù le mani” dal procuratore capo di Catanzaro. Lenzuolate di tre pagine piene di virgolettati gratteriani, ma anche di inesattezze e falsità in cui mai sarebbero incorsi i vecchi cronisti giudiziari dei bei tempi, quando Repubblica indossava un’unica toga, quella del Pm, contro Craxi o Berlusconi.

Carlo De Benedetti è un miracolato di Tangentopoli e sa bene come fare la “trattativa” con i magistrati. Quanto meno lo ha saputo fare con la procura di Milano all’inizio degli anni Novanta, quando era in vigore la regola citata da Luca Palamara, quella del tre, per cui un procuratore con un amico giornalista e un partito poteva fare la fortuna o la rovina di chiunque. Ma trionfò a Milano in quegli stessi anni anche un’altra regola, quella della guerra chirurgica della procura rispetto agli imprenditori coinvolti nelle inchieste giudiziarie: accordo con Romiti e De Benedetti, muro contro Gardini e (in seguito) Berlusconi.

Naturalmente per Gratteri avere al proprio fianco, oltre al partito-Movimento cinque stelle, anche la stampa di un editore come De Benedetti ha un peso diverso dal piccolo Travaglio. Se conosce la storia politica e giudiziaria del nostro Paese, il procuratore di Catanzaro ricorderà come è andata in quel 1993 in cui essere imprenditore era pericoloso quasi quanto essere politico. Il presidente dell’Olivetti sente il fiato sul collo delle toghe. Ma tenta ancora di fare lo spavaldo e il 30 aprile si fa intervistare da Repubblica, giornale con cui aveva qualche confidenza, e dice spavaldo di «non aver mai corrisposto finanziamenti ai partiti politici o a entità a essi collegati». Crede di aver fatto una furbata, ma sottovaluta la capacità di comunicazione dei procuratori Borrelli e D’Ambrosio e gli altri del pool con il quotidiano suo avversario, il Corriere della sera. Il quale il 17 maggio spara la notizia: «L’ingegnere ha incontrato i giudici consegnando loro un memoriale sulle tangenti pagate dalla Olivetti».

L’incontro era stato molto, molto segreto. Proprio come quello di Cesare Romiti in questura. Di domenica, nella caserma dei carabinieri di via Moscova, alla presenza dei sostituti Colombo, Jelo e Di Pietro, l’unico a non essere d’accordo sulla “trattativa”. Che però venne stipulata, secondo lo stile della procura della repubblica di Milano, regno di Magistratura democratica, l’ufficio che ha sempre usato l’obbligatorietà dell’azione penale come un elastico. Riuscendo anche a schiacciare come formiche sotto il tallone i colleghi romani cui scipparono la competenza territoriale in diverse inchieste, compresa quella nei confronti dell’ingegner De Benedetti. Il quale, dopo esser scampato all’arresto proprio a Roma e dopo aver concluso la “trattativa” a Milano, forse ignorando che qualcuno legge anche i giornali stranieri, rilasciava la seguente dichiarazione al Wall street journal: «Se dovessi rifare tutto di nuovo lo rifarei: pagherei le tangenti ai politici per ottenere le commesse pubbliche».

Incoerente, certo, ma anche sicuro che con certe procure la “trattativa” è sempre possibile. Non per tutti, naturalmente. Ma la regola del tre, avere un procuratore un giornale un partito, è sempre interessante. L’approccio di questi giorni di De Benedetti a Gratteri segue lo schema classico dei “professionisti dell’antimafia”. Cui, nella necessità della propaganda, importa poco quel che un procuratore fa nella ricerca dei responsabili di stragi, uccisioni, incendi e ferimenti, ma sempre e solo il “contesto”. Cioè quel terzo livello in cui per esempio non credeva il giudice Giovanni Falcone, che fu per questo emarginato e sbeffeggiato dagli ambienti che allora facevano capo al sindaco di Palermo Leoluca Orlando e dal Movimento La Rete, cioè i progenitori dei Cinque stelle.

Quello che dovrebbe essere l’interesse di tutti, proprio perché lo è per i parenti delle vittime, è sapere chi è l’assassino. Invece no, per i laudatores di procuratori come Nicola Gratteri, quel che conta è la contiguità, da cercare o costruire, proprio come fa il loro idolo. Che poi diventa ogni giorno di più il collezionista di buchi nell’acqua. C’è bisogno di risalire al fallimento clamoroso della retata di Platì del 2003, quando la cittadina della Locride fu svegliata da centinaia di carabinieri che misero le manette a 150 persone, tra cui due sindaci, dodici ex assessori, e consiglieri comunali e il comandante della polizia municipale? È bene sempre ricordare che di quei 150 nel processo solo otto furono condannati, cinque dei quali per reati lievissimi. Ma va ricordato che a ogni inchiesta, da “Nemea” a “Farmabusiness”, fino a “Lande desolate” e “Bassoprofilo”, fino alla stessa “Rinascita Scott”, il famoso Maxi in corso a Lamezia Terme, giorno dopo giorno i gip, i giudici del tribunale del riesame e la cassazione, demoliscono un pezzetto dopo l’altro l’ipotesi dell’accusa.

Di “Rinascita Scott” parla anche, nel suo articolo di tre pagine su Domani di due giorni fa, il giornalista Enrico Fierro. Correttamente riporta che delle 334 ordinanze di custodia cautelare, “ben” (mia aggiunta) 203 sono state annullate, per poi concludere che «il processo… dirà se l’impianto accusatorio è valido». Già, il processo dirà. Ma il giornale dell’ingegner De Benedetti, quello che diceva di non aver mai versato tangenti, poi consegnava un dossier in cui le ammetteva e poi affermava che lo avrebbe rifatto, non ha nessun commento da fare su una così scarsa professionalità? Almeno su quella, secondo una logica di risultato, qualcuno potrebbe pronunciarsi. Ma è logico che si tiri via, perché non è quello che interessa lo schema dei “professionisti dell’antimafia”. Infatti, anche nel ricordare i risultati delle sentenze, quel che conta sono le condanne, non la proporzione con le assoluzioni. Come per esempio nella sentenza di Reggio Calabria dell’inchiesta “Olimpia”, in cui 176 furono i condannati. Si, ma gli imputati erano 282, il che significa che 106 sono stati assolti. Cioè persone arrestate e accusate ingiustamente di reati gravissimi. A qualcuno importa di costoro? Evidentemente no, l’interesse è un altro.

Infatti Fierro lo dice con chiarezza: «Quello che per il momento ci interessa e colpisce è il “contesto” che viene fuori dalle migliaia di pagine dell’inchiesta. Quell’intreccio di rapporti tra boss e società civile…». Ci siamo, le migliaia di pagine. Quelle dell’accusa, supponiamo. Che sono lì come pietre miliari, immobili, pesanti, enormi. Ma tutto quel che è successo nel processo “Rinascita Scott” dal 19 dicembre 2019, giorno del blitz, fino a oggi, non è di poco rilievo. Così come il passato, visto che lo si vuole chiamare in causa. Per esempio, visto che metà dell’articolo di Fierro è dedicato all’avvocato Giancarlo Pittelli, oggi agli arresti domiciliari, perché non chiamare le cose con il loro nome e dire che l’ex pm Luigi de Magistris avviò nei suoi confronti una vera persecuzione con un’inchiesta finita con il proscioglimento, e si scrive invece che, visto che da quell’archiviazione sono passati quattordici anni, questi sono serviti a Pittelli «per rafforzare il suo ruolo»? Rafforzare il suo ruolo in quale contesto? Quello mafioso?

Per essere precisi bisognerebbe ricordare che i suoi rapporti con Luigi Mancuso, che vengono descritti come relazioni tra complici, sono prima di tutto quelli che si hanno con il proprio cliente, cosa che non viene mai detta. E anche che l’accusa di violazione dell’articolo 416 bis del codice, cioè di appartenenza a una cosca mafiosa, inizialmente contestata nei confronti dell’avvocato Pittelli nell’ordinanza di rinvio a giudizio, è stata poi ridimensionata con l’applicazione del reato che non c’è, cioè il concorso esterno. Quello che si applica quando si ha in mano un pugno di mosche. Pare invece più interessante sottolineare che l’avvocato è «uomo di relazioni eccellenti», quasi fosse anche quello un reato. Se così fosse, l’editore del quotidiano Domani, e tanti come lui, non sarebbero a piede libero. O forse si sarebbero ancora una volta salvati con la “trattativa”.