Garlasco
Delitto di Garlasco, un processo infinito. Quando la giustizia diventa spettacolo
Nei grandi processi italiani il dibattimento si sdoppia: da un lato quello nelle aule di tribunale, lento e tecnico; dall’altro quello televisivo, rapido, emotivo, costruito su colpi di scena e sentenze morali pronunciate prima ancora che i giudici si ritirino in camera di consiglio. Garlasco è il caso che meglio ha incarnato questa frattura, e oggi, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, ci ritroviamo ancora a parlarne, con la parola “revisione” che torna a circolare.
Era il 13 agosto 2007. Il corpo di Chiara fu ritrovato nella villetta di famiglia e Alberto Stasi, il fidanzato, divenne immediatamente l’unico indagato. Quello che seguì fu un iter raramente così tortuoso: due assoluzioni, l’annullamento della Cassazione, la condanna definitiva a sedici anni nel 2015. Un percorso che ha logorato le istituzioni e fornito alla macchina dell’informazione un combustibile praticamente inesauribile. In assenza di prove schiaccianti (il DNA di Stasi non fu mai trovato in modo inequivocabile sulla scena) i media hanno alimentato per anni una costante dietrologia. La realtà era troppo ambigua per il grande pubblico, che esigeva una trama lineare e un movente scandaloso. La dietrologia mediatica ha spesso confuso il piano dell’indiziario con quello della suggestione, spingendo l’opinione pubblica a emettere sentenze ben prima dei giudici. Garlasco non è un caso isolato: Cogne, Avetrana, il caso Kercher, la strage di Erba. In ognuno il meccanismo è stato identico: il tribunale trasformato in set, gli imputati in personaggi da fiction.
Dopo aver fatto parte della quinta Commissione del CSM, competente sugli incarichi direttivi, sono ancora più convinta che la figura del Procuratore capo non sia un dettaglio procedurale: sono le fondamenta su cui poggia l’intero edificio della giustizia. Ho molto apprezzato la riservatezza del Procuratore di Pavia Napoleone, mai apparso in televisione, mai autore di dichiarazioni incaute. Chi insegue i riflettori rischia di innamorarsi di una tesi per dare in pasto ai TG un colpevole rapido, sacrificando la complessità della realtà sull’altare della narrazione. In criminologia si parla di “ora d’oro”: i rilievi scientifici delle prime ore sono irripetibili. A Garlasco la gestione iniziale della scena fu criticata. Quando le indagini preliminari sono lacunose si innesca il meccanismo perverso che abbiamo visto: manca la prova schiacciante, il giudice ordina nuove perizie anni dopo, i reperti sono deteriorati, e nel vuoto si inseriscono gli opinionisti con le loro teorie alternative.
Il limite della revisione
Oggi la revisione è tornata al centro. Vale ricordarlo con chiarezza: è l’istituto che rappresenta la massima deroga al principio del giudicato, ammissibile solo a favore del condannato e solo in casi tassativi previsti dall’art. 630 cpp. Il Procuratore Napoleone ha presentato alla Procuratrice generale di Milano un fascicolo con le prove raccolte. Nelle prossime settimane si vedrà se saranno sufficienti: il vaglio di ammissibilità è rigorosissimo, non basta sollevare un dubbio, occorre una certezza ribaltante. Il “processo infinito” è una delle patologie più gravi del sistema giudiziario. Trasforma la giustizia in una tortura psicologica per l’imputato e in una negazione di sollievo per le famiglie delle vittime. Per i familiari di Chiara Poggi ogni nuova udienza, ogni talk-show, ogni perizia suppletiva ha riaperto una ferita che non ha mai potuto rimarginarsi. La giustizia ritardata finisce per essere giustizia negata.
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