Maradona era calabrese, delle rughe della Locride che stanno ai piedi dell’Aspromonte, ha giocato a piedi nudi a calcio con i ragazzini che per un giro in giostra hanno strappato il biglietto per un tour negli infiniti gironi carcerari. Era meticcio tra i figli delle banlieues parigine e delle conurbazioni marsigliesi e dei tristi rioni popolari intorno alle acciaierie della Lorena. Spacciatore e tossico dentro le favelas di San Paolo. Scalatore di recinzioni nell’enclave di Ceuta. Raccoglitore di ortaggi nel tavoliere della Puglia e della Murcia. Resistente nel Kosovo e in Palestina, ultimo abitante di una minuscola isola greca e solo in un villaggio dell’Amazzonia. Guappo a Forcella e picciotto allo Zen di Palermo. Un profugo del Mali appena sbarcato. Il tossico di Rebibbia raccattato alla Termini. Dieghita sulle statali lombarde.

La dimostrazione che l’uomo può essere migliore, basta la scintilla di un dio qualunque messa a caso nel petto di un essere vivente: il gesto artistico assoluto, invincibile, chiude gli occhi di qualsiasi egoismo o ignoranza, l’altro, il diverso, svaniscono e appare la straordinarietà come dono egalitario. Tutti ne hanno diritto e tutti ne godono smisuratamente, allo stesso modo. Il sole, la luna, la bellezza nessuno per quanto ricco la può ammanettare per metterla in un carcere. La prova di una natura madre. Senza il suo fuoco divino Maradona sarebbe stato un reietto, spogliato del suo genio gli avrebbero dato del drogato. Ma c’è una bontà bizzarra nella madre del mondo, che di tanto in tanto concede i doni più preziosi ai suoi figli più sfortunati.

Quando accade: subisci il tunnel di Maradona, ti illumini della luce di Caravaggio, esplodi nel pugno di Muhammad Ali. Il fango di Villa Fiorito, dove Maradona è cresciuto è la stessa poltiglia scivolosa di tutte le periferie del mondo, quella che ti entra nel cuore come maledizione e non ti molla mai, che lascia la presa solo sui suoi figli eccezionali e solo nell’attimo del gesto eccelso, dopo torna a ricoprirli per partorirli ancora nell’ennesimo fuoco d’artificio, di esplosione in esplosione fino a quando la polvere da sparo sarà tutta bruciata.

Diego Armando Maradona ha posto fine in una sola volta alle sue 16 mila e 100 vite, per andarsene da giovane e restare giovane per l’eternità, senza che una ruga potesse appannarne la bellezza, senza che una ruga ne potesse incrinare il sorriso. Cambiava tre pullman ricoperti dalla spessa polvere della povertà per andare agli allenamenti. E ci andava, non ne saltava uno, era il tempo della serietà, quello che precede la sregolatezza del campione.  È morto restando dalla parte giusta del mondo, tenendosi addosso la polvere e le maledizioni che accompagnano il cammino degli ultimi. Ogni suo lampo è stato un gesto politico, l’editto di un presidente della repubblica mondiale. Per un attimo, insieme a lui, ha chiuso gli occhi il popolo.