È morto Diego Armando Maradona e il Dio del pallone, se mai esista e sorvegli dalla sua altitudine il gioco più popolare del mondo, piange. È morto a sessant’anni, un arresto cardiocircolatorio nella casa di Tigre, in Argentina, dove stava trascorrendo la convalescenza dopo l’operazione alla testa di qualche settimana fa. Non se n’è andato (solo) un calciatore, è morto un simbolo odiato e amato, un prodigio capace di tenere insieme le qualità che possono fare di un palleggio o di un dribbling un gesto estatico, e i lati personalità che chiamiamo oscuri quando li guardiamo con gli occhiali delle convenienze e dei galatei perbenisti.

Non si possono scindere i due aspetti, le vittorie dai comportamenti, le virtù dai vizi, non possono valere per lui i discorsi del moralismo e della correttezza. Maradona era prendere o lasciare, non c’erano mezze misure, un prodotto indigesto e stupefacente che ricordava al mondo con la sua contraddizione quella dei poteri che lo dominano, delle classi in cui si divide, delle plebi che continuano a chiedere un riscatto. E lui anche questo ha rappresentato, basti pensare a quando, nel 1984, il presidente Corrado Ferlaino lo portò miracolosamente a Napoli, soffiandolo alle squadre del Nord, forse proprio perché troppo spostato rispetto ai cliché delle squadre nordiste. Vi restò sette anni vincendo due scudetti incarnando l’entusiasmo e l’anima profonda della città, in una sintonia immediata con il sentimento popolare che in quell’argentino sentiva battere il suo stesso cuore, il disordine, lo sberleffo, la sregolatezza, il rifiuto del compromesso e soprattutto la dignità che non viene mai meno, anche quando sembra concedersi a quelli che la buona società chiama riprovevoli eccessi, dalla droga al sesso senza limiti alle frequentazioni di ambienti fuorilegge.

Maradona non aveva remore, non si nascondeva dietro al paravento dell’ipocrisia, si mostrava per quello che era, e già questo lo portava a infrangere il tabù di una cultura sociale in cui l’apparenza non coincide affatto con la sostanza e l’esercizio più comune è la rimozione e il doppiopetto rassicurante. Il che non vuol dire che sia stato un modello, vuol dire semplicemente che sono i Maradona che ci ricordano i limiti e i mascheramenti dei modelli e dunque assolvono a una funzione decisiva per metterli in discussione e rigenerali.  A questa funzione può assolvere solo chi è un unicum, e lui lo era, un corpo da tracagnotto, a prima vista incompatibile con qualunque gesto atletico che emanava e incarnava la grazia, il dono straordinario dell’armonia, in una sorta di alchimia calcistica in cui tutto quello che faceva diventava oro. E così lo chiamarono quando incominciarono a vederne le doti portentose, el pibe de oro.

Unico anche nei modi in cui le sue gesta sul prato verde sono diventate leggendarie, basterebbe ricordare i gol che segnò all’Inghilterra nei quarti di finale dei mondiali messicani del 1986, quattro anni dopo la guerra delle Falkland, le isole che gli argentini chiamano Malvinas. Fu la partita della rivincita, che avrebbe spalancato le porte alla conquista del titolo mondiale, e fu lui a schiantare gli albioni con due reti che nessuno può dimenticare. La prima con un volo rapinoso che con la mano che inevitabilmente diventò de Dios deviò un corsa nella rete, beffanbdo l’arbitro e gli inglesi; l’altra un minuetto a scatti, in cui Diego Armando s’involò dalla linea di centrocampo saltò come birilli quattro o cinque avversari e depositò la palla in rete eludendo l’intervento del portiere.

Una mano galeotta e un gesto affascinante di tecnica e di reattività esplosiva, un’invenzione che proprio perché fraudolenta andava a colpire quell’avversario odiato e detestato. Un uno-due che solo lui poteva permettersi, un ossimoro che infrangeva la lealtà sportiva e al tempo stesso incantava lo stadio globale. È un gioco ricorrente quello di fare un classifica dei più grandi calciatore di tutti i tempi. È un gioco difficile perché le epoche sono diverse e il calcio è cambiato tantissimo nel suo rotolare su un campo ormai più che secolare. Quasi sempre si finisce su una coppia, lui e Pelé e sarebbe facile ricondurli all’apollineo (il brasiliano) e al dionisiaco (l’argentino). Edson Arantes do Nascimiento ha segnato più di mille gol e ha vinto tre mondiali, Maradona, di contro a lui, all’irresistibile bellezza dei suoi giochi di prestigio, potrebbe evocare il brutto anatroccolo di Andersen toccato dal Signore, con tante ombre, i tradimenti familiari, i processi per evasione, una squalifica per doping ai mondiali Usa… e, però, dipende ancora una volta dal punto di vista.

Pelé, con le sue strabilianti gesta, non esce dal campo di calcio e se un altro posto gli dovessimo trovare non potrebbe essere che l’Olimpo sereno e luminoso, Diego Armando quella palla l’ha miracolata grazie alla fame e alla rabbia che si portava dentro, alla ferocia di chi esce dai bassifondi e sbatte il suo talento in faccia a chi comanda e vive ai piani alti della società. Ha giocato nell’Argentinos, nel Boca Juniors, nel Barcellona, nel Napoli, nel Siviglia e con i Newell’s Old Boys, ha vinto un campionato con il Boca e due con il Napoli, una Coppa Uefa ancora con il Napoli, un mondiale. A pensarci bene, non solo Pelé ma tanti altri campioni hanno vinto più di lui, ma non sta lì il motivo per cui oggi non piange soltanto il Dio del pallone.

Maradona ha esorbitato nel rettangolo di gioco e fuori, ha continuato ad essere se stesso anche quando la sua carriera di giocatore è finita, quando ha provato a fare l’allenatore, quando si è candidato alla presidenza della Fifa sfidando l’immarcescibile Josef Blatter, quando ha continuato a ingrassare oltre ogni limite, a entrare e uscire dalle cliniche per disintossicarsi, a polemizzare e a dire quello che gli veniva di dire con la forza dell’istinto che continuava a ruggire dentro di lui. Uno che non nascondeva le sue simpatie per leader che per certi versi gli assomigliavano, scorretti, ruvidi, Carlos Menem, Fidel Castro, Hugo Chavez…  Altro che dionisiaco, un gran figlio di m…, che una concrezione impareggiabile di geni ha reso un artista inimitabile e uno scandalo per la falsa coscienza del mondo opulento e soddisfatto di sé.