Davvero adesso possiamo dire che l’era Bonafede è chiusa. Sia lodato il cielo: chiusa. Lo ha dichiarato in modo solenne – con le parole, coi gesti, coi fatti – il premier Mario Draghi, ieri pomeriggio, quando è entrato nell’inferno del carcere di Santa Maria Capua Vetere e ha scandito questa brevissima frase: “Siamo qui per celebrare una sconfitta”. I prigionieri lo hanno accolto con applausi, entusiasmo, hanno chiesto l’indulto, poi hanno gridato e ritmato il suo nome, Draghi, Draghi, come allo stadio. Forse non era mai successo a nessun altro uomo politico, oltre a Pannella, di essere accolto in trionfo in una prigione. Vi sembra una cosa piccola? A me pare enorme. Devo dire la verità: mi spinge a mettere in secondo o in terzo piano tutte le critiche che in questi mesi ho espresso, o anche solo pensato, per il presidente del Consiglio.

La ministra Cartabia ha tenuto un discorso, di fronte al carcere, assai saggio, sulla necessità di rivoluzionare tutto il sistema penitenziario. Ha illustrato una linea culturale e di politica che è l’opposto esatto della linea seguita dai due governi precedenti, quello di Conte con Salvini e quello di Conte con Zingaretti. Sui temi della giustizia sono stati i governi più reazionari della storia d’Italia dopo il fascismo.  Non fa onore ai partiti che ne hanno preso parte, specie al Pd. È stato necessario che arrivasse al ministero della Giustizia una cattolica conservatrice, vicina a Comunione e Liberazione, per portare una ventata di libertà e di illuminismo. Lo dico con tristezza, da giornalista che è sempre stato di sinistra, mentre né DraghiCartabia mai lo sono stati.

Cartabia ha spiegato diverse cose riguardo il carcere. Due essenzialmente: che bisogna rompere con la cultura di chi immagina che tutto il diritto penale debba raggrumarsi attorno all’idea di carcere, perché pena e carcere non sono sinonimi e perché il carcere deve essere un’ultima “ratio”, un mezzo estremo e raro; e poi che bisogna costruire un sistema carcerario a misura d’uomo, dove le condizioni di vita siano civili, dove ci siano possibilità di rieducazione, di studio, di lavoro e di serenità. Non solo mai più pestaggi. Mai più affollamento, mai più sopraffazione, mai più disagio nella vita quotidiana. Vi ricordate tutti i discorsi di eminentissimi esponenti della politica, della magistratura, del giornalismo, che in questi anni hanno spiegato che le carceri, più o meno, sono hotel a molte stelle e questa è una ignominia? Un po’ in parallelo con quelli che dicevano che i migranti arrivano qui coi taxi del mare. Che poi, di solito, erano proprio le stesse persone: la nuova intellettualità dell’era grillina, fatta da gente che ha sempre amato più le manette dei libri.

La scelta di Draghi e Cartabia segna un traguardo, una svolta spero irreversibile nella politica italiana. La questione carceraria per la prima volta dai tempi del senatore Gozzini entra di prepotenza nell’agenda. La condanna, piuttosto sdegnata, dell’epoca Bonafede, delle riforme manettare, della politica carceraria medievale, delle bugie sui pestaggi e sulle torture, è netta e viene dal governo. Del resto ormai il vecchio ministro era rimasto praticamente solo. Solo con Travaglio. Persino una parte consistente della magistratura, a partire da magistratura democratica (la sinistra) ora è favorevole all’amnistia. La Chiesa cattolica va oltre e sogna lo smantellamento delle prigioni (lo ha fatto su questo giornale, ieri, monsignor Paglia), il leader dei grillini, Di Maio, fa il mea culpa sul giustizialismo, Salvini raccoglie le firme per il referendum: c’è una svolta nell’opinione pubblica e dell’establishment.

L’epoca dei governo Conte sembra lontanissima. Resta una pattuglia di giapponesi, guidata proprio da Travaglio, quasi offesa a morte dalla solitudine nel chiedere sempre e comunque manette. C’è l’Anm, che sta con lui. Ieri si è scagliata contro la riforma Cartabia della prescrizione e ha spiegato che rischia in questo modo di estinguersi il 25 per cento dei processi. Ragionano così: non calcolano qual è il limite civile oltre il quale un processo deve finire perché siano salvi i principi essenziali della modernità e della Costituzione. Calcolano quali possono essere i danni per il potere della magistratura. Sarà difficile fargli cambiare idea. Non so se riusciranno a capire che persino dal loro punto di vista l’amnistia è una soluzione. Se la macchina è intasata, cancellare alcune centinaia di migliaia di processi per piccoli reati è chiaro che è la soluzione. In che lingua glielo spieghi a quelli là? Per loro un prigioniero libero o un processo che muore sono la morte civile.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.