In base all’appello pubblicato da Linkiesta “Unire i riformisti” si è aperto l’interessante dibattito secondo il quale il riformismo ritorna al centro della politica. Perché? Perché è cambiata la geopolitica a livello internazionale con la elezione di Biden alla Casa bianca ed è cambiato di molto il quadro politico in Italia con Draghi a Palazzo Chigi. Gli effetti della sua politica si sono visti sia con alcuni licenziamenti di uomini plenipotenziari sia con la politica anti Covid 19 meno spettacolare e più incisiva, nonché di respiro europeo. E, altresì, ha dato un impulso revisionista alla politica estera asimmetrica fra Usa, Russia e Cina dei governi Conte, riportandola, a partire dal suo primo discorso in parlamento, nel suo alveo naturale: l’Atlantismo.

Draghi ha portato il vento riformista nuovo che ha messo in crisi il populismo e ha cacciato in un cul de sac il sovranismo. Ridotta a Italietta dai governi precedenti, l’Italia ritorna ad essere protagonista, anche se ancora con luci e ombre. Molto lavoro dovrà essere fatto per risolvere e superare quanto di dannoso prodotto in questi anni dal sovranismo e dal populismo civettante con la sinistra. Insomma, si è visto in circolazione “brutti, sporchi e cattivi”. Speriamo che Draghi faccia sue le ultime parole di Goethe: “Più luce”. E che sia quella riformista. Di certo, il riformismo non incapperà in quella triste e drammatica “Solitudine” di Federico Caffè, non in quello dal “destino cinico e baro” di Giuseppe Saragat, non in quello omeopatico e delle dentiere gratis così come veniva ingiuriato dai comunisti.

Invece, a nostro avviso, si muoverà in quel riformismo vincente di Craxi: “La democrazia governante”, incentrata su una cultura riformatrice e gradualista, nuova e Occidentale, proprio di una forza di sinistra moderna. Scrive Bruno Pellegrino in L’eresia riformista. La cultura socialista ai tempi di Craxi: «Il riformismo è un sistema di valori che si misurano con la realtà e procede per tentativi e per errori; un metodo che usa il dubbio come criterio, vive evolvendo e mettendosi continuamente in discussione, aggiornandosi». Dunque, i socialisti appoggino a spada tratta Draghi, non facendo l’errore del Partito democratico preso dai suoi furori populisti: “Conte o morte”, pardon “elezioni”. Diciamola tutta, quello che i governi di centrosinistra chiamano riformismo ha il vizio originario del non avere un consenso popolare: tecnocratico o calato dall’alto, con una cifra marcata giustizialista.

Scrive Beppe Vacca in Riformismo vecchio e nuovo: «Comunismo e riformismo sono due facce della stessa medaglia della sinistra; ma il primo non c’è più e il secondo è presente e governa nei paesi più sviluppati del mondo». Alla luce dell’esperienza di D’Alema presidente del consiglio il professore barese si sofferma sul riformismo: «Fra le ragioni della debolezza del governo, riconducibili ai problemi non risolti della coalizione, vi è stato dunque un deficit di cultura riformistica che ha riguardato e riguarda anche il suo partito. Si avvertono le carenze di una cultura politica nazionale nella quale il paradigma del riformismo contemporaneo, cioè la capacità di definire il programma politico secondo la propria percezione dell’interesse nazionale, stenta tutt’ora ad affermarsi». Dal 1998, anno di insediamento del governo D’Alema ad oggi, non è molto cambiata la situazione.

Sul Il Riformista Marco Bentivogli, uno dei principali protagonisti della “maratona”, afferma che i «riformisti non sono la destra della sinistra né gli orfani della Terza via di Blair». L’ex sindacalista della Fim Cisl rilancia il “riformismo radicale” di Federico Caffè, il maestro di Mario Draghi cui i socialisti si sentono vicini e fanno propria la sua politica governativa. Il suo è il riformismo dei padri, – il cui complesso di inferiorità è stato vinto con la “profezia di Barbanera” Turati, per il quale i comunisti sarebbero tornati nella casa del socialismo riformista – ma anche quel riformismo del “whatever it takes”. I riformisti di oggi non vorremmo che si comportassero come i protagonisti del film dei fratelli Taviani, San Michele aveva un gallo, un apologo sul conflitto tra due modi di intendere la rivoluzione, nel nostro caso il riformismo.

Il riformismo è il movimento che punta a migliorare e perfezionare, ma non a distruggere l’ordinamento esistente, perché non rifiuta i valori di base assoluti di civiltà e i principi su cui esso si fonda. Purtroppo, il riformismo è un termine usato molte volte a sproposito e abusato. E, ironia della storia, ha avuto un ritorno di fiamma senza alcun imbarazzo, da parte di quelle forze politiche della sinistra un tempo comunista, che lo consideravano, citando Lenin, un “cane morto”. Di questo era accusato il socialismo sinonimo di riformismo. Ma per saperne di più, è opportuno fare ricorso a Domenico Settembrini, il quale nel Dizionario di politica scrive: «Il socialismo riformista si definisce in rapporto al socialismo massimalista, ma la linea divisoria tra i due termini non è facile da tracciare, perché non sempre le riforme vengono propugnate per evitare la rivoluzione, né la rivoluzione è collegata necessariamente con l’impiego della violenza».

Giacché, la rivoluzione socialista non c’è più e se viene menzionata è solo un artifizio retorico, il suo posto a livello di termine politico è stato occupato dal massimalismo – populismo, che è presente è attivo nella sinistra in generale.
Dal punto di vista della dottrina e della storiografia, i socialisti sono divisi tra riformisti gradualisti e massimalisti. I primi, legati a doppio filo alla Seconda internazionale, che aveva come cultura la democrazia parlamentare, i secondi, in qualche modo giacobini, sempre pronti a bruciare i “tempi della storia”. «Certo – scrive Vittorio Foa in Questo Novecento – il confronto era reale, aveva il suo peso e si sarebbe trascinato nel tempo anche dopo la rivoluzione russa del 1917 quando la vera distinzione dei socialisti fu tra chi identificava il socialismo nella difesa della Russia, del socialismo che si era fatto Stato, e chi (non importa se con le riforme o con la rivoluzione) vedeva nel socialismo la proiezione dei valori della democrazia e della libertà».

Siccome i riformisti facevano parte della Seconda internazionale con referente Bernstein e non Kautsky, dopo la rivoluzione bolscevica, i comunisti fondarono la Terza internazionale, quella che teorizzò il “socialfascismo”. Tuttavia, fu il Comintern che lo fece girare come parola d’ordine e Stalin ci mise del suo: «La socialdemocrazia è l’ala moderata del fascismo, il suo fratello gemello». In Italia, il riformismo per eccellenza era quello del Psdi di Giuseppe Saragat e molto dopo del Psi, conquistato duramente con le battaglie autonomiste. Tant’è, «nel 1952 Gianni Bosio – scrive Paolo Franchi in Il PCI e l’eredità di Turati – consegna alla Direzione del Psi il bozzetto del manifesto per la celebrazione del sessantesimo anniversario del partito. Vi campeggiano le figure di Andrea Costa e di Filippo Turati. Dopo qualche giorno glielo restituiscono: visto, si stampi. Ma l’immagine di Turati non c’è più». Comunque sia, la storia della cultura della sinistra deve molto al riformismo socialista. Se i socialisti si sono mossi lungo la via della cultura laica, i comunisti, al contrario erano arroccati sul marxismo – storicista. E, dopo il crollo del comunismo, i post comunisti, scarsi di fermenti culturali endogeni, si rivolgono al pensiero liberale, e non solo, per la loro emancipazione. Presero spazio, così, per influenza della cultura francese, le mode di Nietzsche e Heidegger che ostacolarono, ancora una volta, il processo di un revisionismo che potesse gettare le basi di una cultura riformista.

Heidegger diventava, in questa crisi ideologica e politica, il referente filosofico più amato dai comunisti e post. Un filosofo che aveva visto l’avvento del nazismo e, paradossalmente, non si accorse del suo sviluppo nel regime hitleriano. Il riformismo è inossidabile e si batte per le libertà individuali e il benessere per tutti. I massimalisti, in versione populista del XXI secolo, al contrario, disprezzano tutto per il fatto che le élite, o, per dirla a uso e consumo del M5S, “La casta” – titolo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, il cui contenuto qualunquista contro la classe politica ha dato la stura al populismo – hanno creato una realtà che è il frutto di ingiustizie e miserie sociali. L’atteggiamento tenuto nel corso degli anni di opposizione dai 5S è stato sempre improntato al principio “del tanto peggio tanto meglio”. L’ex segretario del PD, con il suo maître à penser Bettini, ha giocato un ruolo ancillare nei confronti del M5S, cercando con questo una alleanza organica, snaturando la narrazione del centrosinistra.

Quale sarà la politica del neo segretario, Enrico Letta? Il Partito democratico ha una incerta identità, dove il riformismo è ridotto a una falsa autocelebrazione, il che ci pone a dire questi avrà la forza per qualificarlo?
Dalle prime mosse, si comporta da regista, definendo una divisione del lavoro politico con i 5 stelle o, come si chiameranno, in posizione privilegiata. Finora, per il M5S la distinzione fra destra e sinistra è una distinzione superata. Il Pd può essere così ottuso da credere a ciò? E poi, vogliamo vedere Letta ad aprire le porte del Partito socialista europeo alla Cosa di Conte, come se il Pd avesse in mano il jolly del Partito che vollero Brandt, Mitterrand, Craxi, Gonzales, Soares e Papandreu. Per non parlare dei duri e puri socialisti e socialdemocratici del Nord Europa. Due ex democristiani: in partibus infidelium.

Fabrizio Cicchitto, Biagio Marzo