Elezioni
Elezioni amministrative, il ballottaggio non ha più senso. Perché il sindaco deve essere deciso al primo turno
La dinamica del voto amministrativo è sempre la stessa: l’attenzione della politica e soprattutto dei media si concentra sul primo turno, quando si guarda alle urne locali per trarre auspici su scala nazionale. Dopo la sfuriata del lunedì sera, su carta stampata e mefitici salotti politici formato digitale terrestre, l’inevitabile scomparsa dai radar. Tornano in prima pagina le guerre di Trump, Putin e Netanyahu, i gialli di casa nostra che appassionano in pomeridiana tv, qualche scandalo, meglio se con sfondo pruriginoso, nelle pagine politiche le solite baruffe grondanti di odio tra leader e, in chiusura, lo spazio dovuto a chi distribuisce musica e film. Dopo due settimane, i risultati dei ballottaggi hanno diritto a un piccolo richiamo in prima pagina, ma si capisce che è solo l’adempimento di un dovere che non porta gioia a chi lo scrive e a chi lo legge.
I ballottaggi si ricordano solo perché la gente non va a votare
È la triste storia dei ballottaggi, che si ricordano solo perché la gente non va a votare: anche in questo turno si è perso per strada un altro 8% dei votanti. Ed è andata pure bene, perché comunque si è andati oltre il 50%, perché è capitato spesso di imbattersi in partecipazioni “amatoriali”, intorno al 27/37%. La domanda, allora, è: per quale ragione esistono i ballottaggi? Non per consentire l’allargamento della base elettorale e consentire maggiore rappresentatività ai sindaci, evidentemente, se è vero che il secondo turno è quello della dimenticanza e dell’abbandono ulteriore delle urne che può, peraltro, addirittura configurare un mutamento della base elettorale del voto di due settimane prima. L’abbandono del voto da parte dei cittadini, peraltro, non modificherà gli esiti del primo turno. Così è andato, come accade sempre in larga prevalenza, in tutti i ballottaggi.
A chi giova il ballottaggio?
E allora a chi giova il ballottaggio nei municipi italiani? Non agli elettori certamente, ma alla politica. I francesi, che lo applicano per le elezioni presidenziali, lo definiscono “marché aux vaches”, mercato in cui la politica si scambia spazi di potere in cambio degli appoggi elettorali di partiti che nel primo turno partecipavano con proprie candidature. Sono note le obiezioni di chi sostiene il doppio turno, poggiate essenzialmente sul fatto che viene previsto quando al primo turno nessuno tra i candidati sindaci nei Comuni più grandi raggiunge la maggioranza assoluta del 50% più uno: è il modo, si dice, di garantire la maggiore rappresentatività possibile. Questo ragionamento avrebbe senso se la partecipazione dei votanti, che già è parecchio bassa al primo turno, fosse implementata o almeno confermata nel ballottaggio. Ma, come abbiamo ricordato, è proprio questo che manca al voto supplementare, che registra per sua natura una riduzione dei votanti e si espone a paradossi che possono negare (è storicamente avvenuto) al candidato che al primo turno ha mancato per una manciata di preferenze il 50% di perdere contro un competitor, che con il numero di elettori più alto aveva raggiunto solo la metà dei consensi del suo antagonista; mentre con la scomparsa del voto “d’opinione” (che si presume più libero) e la permanenza del voto identitario e qualche accordo sottobanco raggiungerebbe la maggioranza assoluta.
Perché il sindaco deve essere deciso al primo turno
Senza indulgere al ritornello populistico che viene agitato in questi casi sui costi della politica che con l’abolizione del ballottaggio verrebbero sensibilmente risparmiati, perché tutto ciò che è necessario alla democrazia non è un costo ma una risorsa, diremmo piuttosto che è buona norma non abusare della pazienza dell’elettore per la prosecuzione di un rito non necessario. Del resto, eleggiamo in un solo turno i presidenti e le assemblee regionali senza problemi: perché mai dovremmo trovare impropria l’elezione a un turno solo dei sindaci? Resta una delle molte domande senza risposta dei sistemi elettorali italiani.
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