I due modi con cui combattere il virus si avvicinano entrambi – estremizzando – a due mostri: o il campo di concentramento (il lockdown) o lo Stato di polizia prende possesso di te, della tua vita privata, compresi gli spostamenti, conversazioni, baci, rapporti umani e sessuali, viaggi. Entrambi sono figure di teatro, come le maschere, ma entrambe sollevano gravissimi problemi sulla democrazia. Il filosofo israeliano Yuval Noha Harari, autore celebrato di Sapiens, la storia dell’uomo che è diventato ciò che siamo noi, rifugge e raccomanda le distanze dai teatralismi infernali: «Oggi – dice- stiamo infinitamente meglio che nel Medioevo: nel giro di pochi gironi abbiamo individuato il virus, stiamo creando le medicine specifiche e naturalmente siamo totalmente insoddisfatti perché man mano che evolviamo aumentano le nostre attese che consideriamo legittime, ed abbiamo ragione perché il mondo politico è sempre in ritardo, male organizzato e fa perdere un sacco di tempo e di vite umane». Le risposte delle amministrazioni sono lente, inefficaci, in ritardo, talvolta isteriche, talvolta pronte a negare l’evidenza salvo poi ricredersi, dominate dalle pulsioni tribali o del branco, in cui tutti approfittano per accumulare potere e usarlo a proprio vantaggio.

Ed è stato così che delle due forme possibili per affrontare brutalmente l’epidemia alla maniera cinese, la prima – il lockdown dello “statevene tutti a casa”, o come direbbe Elisabetta d’Inghilterra restate nei vostri castelli – è stato scelto in Italia per pura imitazione passiva del protocollo cinese, una autocrazia poliziesca priva di diritti protetti costituzionalmente – copiato e cooptato male, in ritardo e con un sacco di errori che una burocrazia sempre più nevrastenica ha cercato di peggiorare in tutti i modi possibili. L’altro sistema, quello che per scelta di teatro potremmo definire nazista, da Gestapo, è comunque un sistema di polizia investigativa che può essere sottoposta ad intelligente e permanente controllo.

Questo sistema è il più avanzato ed è anche quello che fa temere intrusioni nella vita privata, perché interferisce per forza nella vita privata. Ormai quasi tutti i Paesi hanno scelto di percorrere anche questa forma di contenimento dell’epidemia che consiste nel formare un nuovo esercito di spie legali, di detective come Sherlock Holmes, i quali devono dedicarsi all’arte, anche cinematografica del ”manhunt”, la caccia all’uomo. Quale uomo? Il contaminato ma non lo sa e gira, sta in famiglia e ogni giorno fa le sue vittime come un serial killer contagiando altri che contagiano altri, come sappiamo ormai bene. La domanda da porsi è: potrebbe, da solo, il lockdown – state a casa e mettetevi mille bavagli – essere sufficiente per battere il virus? La risposta già la sappiamo: è no.

Questo lo abbiamo capito. Ma abbiamo anche capito che il Paese deve essere riaperto, in parte già lo ha fatto anche in assenza di regole o con regole ridicole e locali, ma il Veneto grazie al virologo e accademico professor Andrea Crisanti è partito con anticipo larghissimo cercando i contaminati a casaccio con i test. La connessione tra fase uno (bene o male passata con più di trentamila spediti al Creatore) e la fase due in cui si cerca di ricominciare a vivere senza riaprire le fosse comuni sta nell’emersione dell’esercito delle spie che si mettono a caccia dei singoli contaminati che pedineranno seguendo le tracce dei loro telefonini, i computer, carte di credito e ogni altro strumento necessario per trovarli e poi metterli, ad uno ad uno, in isolamento. Tutti i dati che quotidianamente ci danno in televisione sui bollettini della protezione civile sono insignificanti, quando dichiarano quanti sono oggi i malati “accertati” e i contaminati “accertati”. Gli accertati sono solo coloro che si sono recati negli ospedali perché avevano buone ragioni per temere di essere contagiati, ma finora la parte attiva del sistema di ricerca, quello di andare a caccia di chi non presume di essere infettato, non si vede.

L’esercito di questi strani mercenari buoni, addestrati e pagati per usare le applicazioni, i tamponi, gli interrogatori e la ricerca elettronica, cresce di numero e di qualità. I primi contact tracer di San Francisco, una cinquantina di volontari senza una formazione sanitaria, hanno iniziato a lavorare e saranno presto diecimila. Il modello di San Francisco è stato elaborato dall’Università della California e si sta diffondendo come collaborazione tra diversi software utilizzati in Massachusetts. Il nostro governo non ha saputo prendere né l’una né l’altra strada, anche perché le sue auto-proclamate eccellenze, sono in realtà (salvo mezza dozzina di eccezioni) delle mezze seghe a livello internazionale. Dell’Italia gli stranieri hanno molto lodato, apprezzato e anche copiato il livello di intelligenza ospedaliera nelle zone critiche dove dei medici molto volenterosi e intelligenti si sono inventati sul campo dei protocolli che hanno fatto scuola. Quanto al resto, lo Stato, nel senso del governo, non ha fatto che danni: ha adottato troppo tardi la soluzione cinese del lockdown – tutti chiusi a chiave a casa – ma senza avere il fegato di agire in maniera sia gentile che forte.

I coreani sono stati insieme ai taiwanesi in testa alla formazione di questi quadri investigativi, seguiti dalla Germania che infatti ha avuto relativamente pochi decessi, rispetto all’Italia tanto enfatica quanto caotica e con la peggiore classe di governo, pletorica e incapace. C’è stata una madre italiana che è entrata in Germania per visitare suo figlio e che è passata attraverso le maglie dei controlli fino al rientro, quando i Polizei le hanno chiesto: e lei che ci fa qui? Risposta: «Sono venuta a trovare mio figlio». A questo punto la signora è stata isolata a sue spese in un hotel addetto alla quarantena e i trackers tedeschi sono saltati addosso a suo figlio sequestrandogli telefono, computer, tablet e ogni oggetto utile per ricostruire tutti i suoi contatti, appuntamenti, luoghi frequentati, per raggiungere e trovare uno ad uno gli esseri umani da lui incontrati, ciascuno sottoposto a test e messo in quarantena. I tedeschi non sono ammirati dalle misure del governo italiano. Hanno una rispettosa pena per l’Italia ma hanno dimostrato con i fatti e l’organizzazione che la decantata eccellenza italiana c’è, sì, ma si ferma agli eroici medici che si sono precipitati a dare o rischiare la vita per riparare a danni politici.

Oggi la questione non è più eludibile e si sa che anche il nostro governo finalmente sta addestrando personale per la ricerca individuale (ma non dichiarata) dei malati senza sintomi. Ma non si vede quale sia l’organismo di controllo che dovrebbe esercitare il suo potere sull’uso dei dati e la salvaguardia della privacy che può essere soltanto brevemente violata ma allo stesso tempo protetta e garantita. Dovrebbe, a occhio e croce, essere compito politico dell’opposizione farsi portabandiera della gestione di questa fase e dei diritti dei cittadini, ma non si hanno notizie di una tale preoccupazione. E dunque anche questa seconda fase rischia di portare pericoli che in altri Paesi civili, anche asiatici, hanno affrontato e risolto, mentre da noi tutto si svolge nella penombra, in ritardo e senza uno straccio di opposizione che agisca in nome dei diritti civili minacciati da una operazione inevitabile e necessaria ma che va controllata e garantita in ogni sua fase.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.