Quarantotto ore al silenzio elettorale e tutti i ballottaggi aperti vanno verso una definizione senza sorprese, in asse con i vantaggi del primo turno. Secondo il politologo Cristopher Cepernic, università di Torino, perdurando l’astensione – che anzi potrebbe aumentare ancora – il dato finale convaliderà il tagliando del primo turno. «Le campagne elettorali non si stanno combattendo, almeno non a Roma e non a Torino, e questo avvantaggia il centrosinistra che contando su un elettorato mediamente più politicizzato e disciplinato – è il ragionamento di Cepernic – finirà per vincere sulla scorta dell’abbandono delle urne da parte dei moderati».

Lo studioso sintetizza quello che sembra essere il timore dei leader del centrodestra, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, “bastonati” da due settimane sulla graticola. Il caso Morisi, l’inchiesta Fanpage, i rapporti con l’estrema destra e l’occhio strizzato ai no Green pass, con l’incredibile assalto di Forza Nuova al palazzo della Cgil, sono carte che finiranno per avere un qualche peso al tavolo elettorale. Non faranno cambiare opinione a nessuno ma convinceranno gli incerti, gli swing voters, a stare a casa. E costringeranno gli elettori liberali più moderati a ripensare la propria opzione. Per questo il centrodestra convoca una conferenza stampa con il candidato sindaco di Roma (di quelle che vanno di moda oggi, senza spazio per le domande ai giornalisti) in cui Lorenzo Cesa e Enrico Michetti tirano fuori l’album fotografico della vecchia Dc. «Io ho avuto le tessere della Democrazia Cristiana e dell’Azione Cattolica», grida Michetti dal palco. Rivendicazione impensabile fino a pochi anni fa, per un candidato sindaco. Il leader Udc Cesa si scalda, si emoziona: «Io nel mio ufficio ho la bandiera dei partigiani cattolici, la Brigata dei partigiani bianchi ha perso 27.000 uomini nella Resistenza». Il leitmotiv dell’incontro è presto chiaro per tutti: condannare l’assalto di Corso d’Italia e mettere il candidato del centrodestra al riparo dalla polemica sulla “lobby che finanzia film sull’Olocausto”, autentico suicidio politico nella Capitale che fa della sua comunità ebraica uno dei suoi pilastri.

Roberto Gualtieri, di professione storico, non teme inciampi su questo terreno. Salvini a Roma non gioca in casa e infatti non se la cava benissimo: «Sappiamo di essere in vantaggio in quattro municipi», si lascia sfuggire. Se si calcola che Roma ha quindici municipi, dedurne che Gualtieri è in vantaggio negli altri undici non è una buona notizia. Quanto all’assalto alla Cgil, «sono imbecilli che non hanno nessuna idea politica». Non fascisti. Ma concede: «Sciogliamo i movimenti sovversivi». Usa il motto di Bava Beccaris: quale migliore celebrazione dopo un secolo esatto? Poi ricorda che comunque non c’è solo Roma: prosegue il suo tour verso Latina, poi Cosenza, infine Torino e Trieste. Gualtieri intanto scalda i motori. Si fa vedere con Nicola Zingaretti sull’Appia Antica e suona l’adunata per riempire, domani sera, Piazza del Popolo. Michetti proverà a rispondergli dalla più modesta Campo de’ Fiori. Nel capoluogo piemontese si sfidano Stefano Lo Russo per il centrosinistra e Paolo Damilano per il centrodestra. Il testa a testa iniziale vede anche qui in crescente vantaggio il candidato dem, forte di una campagna decisamente orientata contro il populismo dei Cinque Stelle e con un colpo a sorpresa di Lo Russo che ha rinvenuto un trascorso elettorale dello sfidante, che cinque anni fa aveva fatto un appello per Piero Fassino. Si corre il secondo turno anche a Varese, Savona, Isernia.

L’incognita del voto 5 Stelle pesa sulle previsioni. A Trieste il candidato del centrosinistra, il senatore Pd Russo, ci conta. «Con Patuanelli è naturale ritrovarsi insieme», assicura. Non è così a Torino, né a Roma, dove si apre un caso politico. Giuseppe Conte fa sapere che voterà Gualtieri “a titolo personale”, una scelta che non impegna tutto il Movimento. Viene da chiedere chi sia a capo del M5s, allora. Gualtieri non può che ringraziare. «Un ottimo segnale», è costretto a dire a denti stretti Zingaretti. Segnale sì, ma di debolezza. Glielo spiega Teresa Bellanova: «Com’è possibile che un leader politico non sappia cosa accade in casa sua? Le leadership si esercitano. Chi si candida a rappresentare un movimento dovrebbe assumere impegni un po’ più ampi del solo titolo personale. Pena la credibilità della politica. Mentre Conte non sa come voterà il Movimento 5 Stelle a Roma domenica, noi non abbiamo dubbi. Italia Viva vota Gualtieri».

Il giorno prima del voto a Roma ci sarà la manifestazione della Cgil, temuta dal centrodestra come ulteriore iniziativa elettorale, fuori tempo massimo. «Non si può trovare un’altra data, o farla a Milano?», l’azzardo di Salvini e Meloni. E poi domenica, a urne aperte, ci sarà la consueta sfilata silenziosa delle torce che a Roma la Comunità Ebraica e Sant’Egidio organizzano ogni anno per ricordare la razzìa del ghetto e la deportazione degli ebrei romani per mano dei nazisti e dei fascisti. E no, quella data non si può spostare.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.