I radar della politica si spostano in massa sul M5s, diventato il vero e unico punto debole di una legislatura che sembra a questo punto blindata fino al 2023. Hanno perso. Eppure tengono stretta la palla e bloccano la partita. In fondo è solo l’ultimo dei paradossi di questa stagione politica. Chiuse le urne e fatti i conti, gli sconfitti 5 Stelle continuano a dare le carte. Forse meglio dire a bloccare il gioco della maggioranza e dell’azione di governo. Zingaretti che tutti gli analisti accreditano come vincitore e rafforzato, ha fatto capire che vuole un cambio di passo nell’azione di governo e ha indicato dove: decreto immigrazione, cittadinanza, Mes, lavoro e occupazione e basta con l’assistenza. Giuseppe Conte, altro paradosso visto che è il vincitore (la crisi di governo è scomparsa dal lessico dei parlamentari) che non ha giocato la partita, è ancora una volta lì che prende tempo e temporeggia.

Da informazioni raccolte, a Conte risulta che sarebbero circa quaranta i parlamentari tra Camera e Senato pronti a seguire Di Battista e Paragone. Una falla che potrebbe essere chiusa tirando fuori il vecchio progetto dei Responsabili. Ma che beffa ridursi a mettere pezze su pezze alla maggioranza quando invece sarebbe il tempo di progettare e rilanciare il Paese con i soldi dell’Europa. L’aria di bonaccia che si percepisce in Parlamento che sta lavorando a pieno ritmo, è quindi solo un effetto ottico. Dietro la tela di scena, si sta muovendo di tutto. Fico, Di Maio e Di Battista hanno ufficialmente aperto le danze martedì. Dibba contro tutti – soprattutto i napoletani da Fico a Di Maio, Spadafora e Costa, accusati della più grane sconfitta di sempre – anche a costo di lasciare la poltrona se questo dovesse servire a salvare l’anima. Fico e Di Maio con qualche distinguo tutto sommato remano nella stessa direzione, ma non sulla stessa barca, cioè salvare il salvabile di un Movimento di massa e restare al governo, tutto sommato il posto migliore che c’è. Ieri pomeriggio la deputata Dalila Nesci, fondatrice del gruppo “Parole guerriere” che chiede “la trasformazione del Movimento in una struttura partito” più annessi vari, ha convocato in fretta i suoi per decidere la linea.

Nelle stesse ore un pezzo da novanta come Carla Ruocco, presidente della Commissione banche, e una di quei campani contro cui si è scatenato Di Battista s’è levata parecchi sassi dalle scarpe. Nell’ordine: gli errori, che sono “troppi” sono figli di “caminetti e giochetti”; “Di Battista? Tanti post e piazze ma non si è mai messo in gioco veramente”; il rischio scissione “a questo punto è reale” e Beppe Grillo “non può gestire tutto e prendersi responsabilità non sue”. Nel frattempo il fondatore era a Bruxelles, invitato come relatore ai “Dialoghi per le idee sul nuovo mondo”, panel organizzato dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli. E colui che è stato bollato, negli anni, come “il comico” ha concionato i presenti con il meglio del suo repertorio: “Il pil non significa benessere, sono parole vecchie”; ha irriso il Recovery fund come simbolo “della società del debito infinito”; ha esaltato la democrazia diretta dei referendum, “il massimo dell’espressione democratica” e rinnegato pubblicamente “ogni forma di rappresentanza parlamentare”. Ha elogiato la presidente Von der Leyen (“da Ursula parole straordinarie sulla green economy”) e questo deve aver attutito lo stupore dei presenti che chissà cosa devono aver pensato del partito di maggioranza del Parlamento italiano. E del premier Conte che di quella parte politica è espressione.

Il Movimento ha perso. Eppure conduce la partita. Il Pd e Conte gli lasciano ancora la palla. I radar oggi saranno puntati sull’assemblea dei parlamentari che si riuniscono per decidere il dà farsi. Vito Crimi, il capo politico di passaggio che non ha mai digerito il patto giallo-rosso e a cui piaceva assai di più quello giallo-verde, ha l’incarico di organizzare gli Stati generali a cui adesso è demandato il destino dell’azione di governo. Ennesimo paradosso. Saranno convocati a ottobre, nella prima metà. “Ma non si risolverà tutto in una tre giorni, sarà l’inizio di un percorso lungo, un po’ come un congresso di partito” spiegava ieri una fonte di primo piano del Movimento. Nel frattempo sempre ieri Virginia Raggi, che si è riproposta alla guida della Capitale (si voterà a maggio 2021) ha dato il ben servito finale al Pd. “Non ci sono margini – ha detto – per un’intesa col Pd”. L’opposto di ciò per cui stanno lavorando Conte e Di Maio.