La crisi della democrazia rappresentativa è qualcosa che non si risolve con sforbiciature parlamentari, ma avrebbe bisogno di una Grande riforma e di una classe politica all’altezza di questo compito. A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici italiani: Marcello Flores. Storico, autore di apprezzate pubblicazioni, si è occupato principalmente della storia del comunismo, del XX secolo, del genocidio degli Armeni durante la Prima Guerra Mondiale, dei diritti umani e delle vittime di guerre. Il professor Flores ha insegnato Storia comparata e Storia dei diritti umani all’Università di Siena, dove ha diretto anche il Master europeo in Human Rights and Genocide Studies.

Qualunque sarà l’esito del referendum sul taglio dei parlamentari, di certo non sanerà la crisi profonda di una democrazia rappresentativa fondata sul sistema dei partiti. Professor Flores, cosa sono diventati oggi i partiti?
È una domanda molto complicata alla quale è difficile rispondere. Intanto perché ci sono stati dei partiti nuovi, anche se non si chiamano partiti, come i 5Stelle, e c’è stata parallelamente la trasformazione di partiti vecchi. Se si dovesse fare una sintesi molto schematica, che come tale non risponde a tutto, direi che i partiti oggi sono dei grandi comitati elettorali formati da gruppi d’interesse ma soprattutto da un personale burocratico che vive di politica, che si alimenta vivendo di essa. Questo è colpa anche di una serie di scelte che sono state fatte. Io non so se è così dappertutto, ma a Milano i consiglieri di zona, cioè di questi municipi che dovrebbero essere l’inizio della democrazia rappresentativa, della partecipazione, credo che prendano mille euro al mese, cioè prendono probabilmente più di quanto guadagnerebbero con un qualsiasi lavoro precario che un giovane fa all’inizio, e quindi la politica da questo punto di vista è diventata una professione spesso più facile delle altre, se si ha il pelo sullo stomaco di dimenticare rapidamente i propri ideali, perdere tempo e annoiarsi in riunioni chilometriche, perché credo che come si fa oggi la politica, sia uno dei lavori più noiosi che esistano sulla faccia della terra. Il problema di fondo è proprio come ripensare a cos’è la politica e a chi può fare politica e come permettere a tutti di fare politica in maniera propositiva. Se non si fa una grande riflessione su questo, penso che tutte le misure che si prenderanno saranno dei piccoli palliativi ancora per un po’.

C’è chi sostiene che al fondo del taglio dei parlamentari, vi sia l’humus “culturale” dei 5 Stelle, segnato da un marcato antiparlamentarismo. È una lettura forzata?
No, credo di no, perché questa è stata la base iniziale della proposta. È stata questa cultura, o meglio questa incultura antiparlamentare che però è venuta al dunque nel momento in cui quel gruppo, i 5 Stelle per l’appunto, è diventata la casta più casta di tutti, che non si vuole muovere dai propri posti, che è riuscita a chiamare amici, amici degli amici e parenti vari in ogni piccolo spazio in cui era disponibile la scelta autonoma, da ministri e sottosegretari a scalare. C’è dunque questo paradosso non da poco: certamente quell’idea del taglio nasce da quella cultura di chi adesso, però, l’ha rinnegata nei fatti, nella realtà.

Quanto alla democrazia parlamentare, efficienza e rappresentanza possono essere riconducibili a una questione meramente numerica?
Sicuramente no. Prendiamo, a mo’ di esempio, il lavoro nelle commissioni parlamentari. Si tratta di un lavoro complicato, un lavoro spesso lungo, mentre noi vediamo invece in genere solo il lavoro in assemblea plenaria. Ora il problema purtroppo è che anche chi fa parte di quelle commissioni, in realtà è lì come burocrate di partito più che come rappresentante del popolo che lo ha eletto. Allora è il rapporto eletto-elettori che deve essere rivisto. Io da questo punto di vista continuo a pensare che l’uninominale, cioè la possibilità che un territorio ha di scegliere il proprio rappresentante, inizialmente tra tutti i partiti e poi in un ballottaggio tra i due più votati se nessuno supera il 50%, sia la cosa migliore. Questo, se non ricordo male, un tempo era anche uno dei cavalli di battaglia del Pd che poi lo ha totalmente dimenticato. Mi sembra che quello è una possibile, non risolutiva ma possibile soluzione per rafforzare il legame tra eletto ed elettori. In questa maniera uno sa chi vota e se il proprio partito candida uno che non ti piace puoi punire il tuo partito e dire “guarda, questo non lo voto, me ne sto a casa o voto un altro”, e quindi il cittadino un po’ di più può contare.

Riformare la Costituzione non è un tabù inviolabile. Ma l’attuale classe dirigente è all’altezza, o si avvicina minimamente ai padri costituenti?
Sarebbe facile dire di no, troppo facile. Io personalmente ho votato “Sì” all’ultimo referendum costituzionale, anche se penso che fosse stato troppo pieno di cose, mentre credo che quando si fanno delle scelte, anche importanti, relative al cambiamento della Costituzione, bisognerebbe metterne una, due, non di più. Sarebbe bastato, in quel frangente, l’abolizione del Senato e del Cnel, invece si è voluto costruire una cosa più ampia e questo ha portato immediatamente, a chi ha rivendicato la purezza della Costituzione, a sostenerne la sua inviolabilità Oggi addirittura siamo ad una cosa minimalistica, perché si propone un cambiamento costituzionale ma di una robetta che senza altre modifiche non ha nessun senso, se non che ci saranno un po’ meno di parlamentari che dovranno lavorare di più, che rappresentano meno i territori, e saranno più vincolati ai segretari di partito. Un peggioramento secco che lascia tutti gli aspetti deteriori intatti.

Una vulgata che ha grande eco nei salotti mediatici, è quella che sostiene che discutere di regole, di parlamentarismo sì o no, è parlare di altro, rispetto ai gravi problemi sociali ed economici, ingigantiti dall’emergenza pandemica, che investono l’Italia.
No, non è parlare di altro. Il problema è che bisognerebbe essere capaci di muoversi su due terreni paralleli, senza che l’uno influenzi l’altro. Perché le regole vanno discusse con tutti, e quindi Zingaretti si deve mettere a un tavolo con Salvini, tanto per dire, e discutere apertamente con lui qual è una soluzione possibile, mentre sull’altro terreno, Zingaretti e Salvini è giusto e necessario che facciano un aperto conflitto su come affrontare la pandemia, come affrontare il problema delle tasse e via dicendo. Questo è il difficile. Certo ci vorrebbe un personale politico all’altezza, però pensiamo anche che noi la Costituzione l’abbiamo fatta immediatamente dopo la fine della guerra. Se la Costituzione l’avessimo dovuta fare nel ’49 o nel ’50, non credo che sarebbe stata buona come è stata quella realizzata, perché la divisione era talmente forte che forse avrebbe finito per influenzare anche il dibattito sulle regole.

Uno Stato di diritto si regge sull’equilibri tra i poteri: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario. Non crede che in questi ultimi trent’anni questo equilibrio si sia “squilibrato” a favore del potere giudiziario?
Io credo che fin dall’inizio, anche se in forme meno pesanti degli ultimi decenni, il problema del rapporto tra il potere politico e il potere giudiziario – non dimenticando che il potere politico è fatto sia da quello esecutivo sia dal legislativo che sono due cose che dovrebbero essere ben diverse mentre oggi tendono invece a unificarsi in qualche modo – è sempre stato quello che nessuno ha riconosciuto pienamente l’indipendenza dell’altro. Noi siamo vissuti sempre con un retropensiero di sfiducia nei confronti della vera divisione dei poteri. In alcuni momenti ha prevalso l’intreccio o il potere politico che hanno sormontato quello giudiziario. Io non credo che oggi quello giudiziario prevalga su quello politico. Oggi c’è una maggiore autonomia almeno di parti del potere giudiziario, che si pone più esplicitamente in concorrenza con il potere politico, però è vero anche il contrario, se pensiamo a tutte le norme relative alla giustizia che ha cercato di fare o che ha fatto male il Parlamento in questi ultimi venticinque anni.

L’Italia non vive solo la crisi dei partiti, ma anche quella dei corpi intermedi.
Questa è la crisi più grave a cui mi sembra che nessuno stia cercando o stia riuscendo a dare una risposta. Perché c’è la crisi dei partiti, ma c’è anche quella dei sindacati. E c’è anche la crisi dell’associazionismo, delle realtà dedite al volontariato, che spesso in larga parte si autoriproducono e spendono tutte le loro forze e anche i soldi che riescono ad ottenere, per l’autoriproduzione più che per i progetti su cui si muovono. Con questo non voglio fare un fascio unico: ci sono esperienze meravigliose, per fortuna, in Italia, che contraddicono quello che sto dicendo, però manca proprio questa possibilità di rendere presente l’attività che i cittadini pure svolgono. Ci sono un po’ di esperienze a livello locale, a livello delle piccole città o dei quartieri che si muovono nelle grandi città in modo spesso nuovo. È una fase forse iniziale che sta cercando di trovare la propria strada. Pensiamo, ad esempio, in tutta Italia alle varie associazioni legate alla bicicletta e al suo uso: quello è un elemento nuovo e anche importante che potrebbe giocare un ruolo nell’influenzare e nel rendere partecipi i cittadini a delle scelte necessarie, che dovranno essere fatte sul piano della sostenibilità, della vivibilità, dell’ambiente. Direi, in definitiva, che forse siamo in una fase di transizione, e quindi non mi fascerei completamente la testa dicendo che abbiamo perso i corpi intermedi, però dobbiamo sicuramente trovare gli strumenti, le forme e i luoghi per costruirli o ricostruirli rapidamente in modo più forte.