A volte non servono studi scientifici e montagne di dati per descrivere incisivamente una situazione. Nel caso di Napoli, bastano due recenti episodi a dimostrarne il declino in maniera pressoché incontrovertibile. La morte di Maya Gargiulo, la 15enne travolta da un’auto a un incrocio dove i semafori erano spenti, e il crollo di un enorme pino marittimo in via Fontana, rimasto fortunatamente senza vittime, rappresentano l’istantanea più efficace di una città abbandonata al proprio destino da un’amministrazione impreparata e inadeguata. Partiamo dal primo episodio. Poche sere fa, due adolescenti si trovano all’incrocio tra via Gussone, via Tanucci e piazza Carlo III. Un’auto sopraggiunge e le travolge: Maya muore, la sua amica rimane ferita ma si salva.

La zona era da tempo scarsamente illuminata e, al momento del tragico impatto, i semafori erano spenti. A raccontarlo sono i residenti che evidenziano un ulteriore paradosso: già prima dell’incidente gli impianti non erano in funzione, poi erano stati sostituiti, ma nessuno si è poi preoccupato di attivarli. «Prima o poi il morto ci doveva scappare», hanno pensato in molti. E purtroppo è andata esattamente così. Ovviamente non c’è alcun rapporto di causa-effetto provato tra i semafori spenti e la morte di Maya. Ma l’incidente di cui la 15enne è rimasta vittima ha messo in luce l’anomalia di un incrocio stradale pericolo, ma non illuminato né governato da un dispositivo capace di disciplinare il transito dei veicoli. Veniamo al secondo episodio.

In via Fontana, nel Rione Alto, un pino marittimo si spezza e piomba sui motorini in sosta in un parco privato schiacciando una ringhiera metallica e una balaustra. La zona, soprattutto di sera, è frequentata da numerosi giovani. Ma stavolta la fortuna vuole che sotto il pino non ci sia anima viva. Risultato: nessuna vittima, solo tanta paura per i residenti e imbarazzo per l’assessore Luigi Felaco che si trova a dover giustificare l’ennesimo fallimento dell’amministrazione comunale. Già, perché i semafori spenti nei dintorni di piazza Carlo III e il crollo del pino in via Fontana rivelano una delle grandi pecche dell’esperienza politico-amministrativa di de Magistris. Per più di nove anni, a Napoli, ci si è dimenticati della necessità dell’ordinaria manutenzione.

«Ordinaria manutenzione del bello», come qualcuno ha sottolineato in tempi non sospetti. Ma forse è stata proprio la bellezza a sacrificare quell’esigenza di sicurezza che tutti avvertono. Dal 2011 a oggi de Magistris ha alimentato la vuota retorica della “città ribelle”, ha straparlato di “città dell’amore” per sottolinearne il carattere accogliente e inclusivo, ha gonfiato il petto davanti al presidente francese Emmanuel Macron che definiva Napoli la “città più bella al mondo”. Ma una località non ha bisogno soltanto del clima mite, del lungomare liberato e dei monumenti per essere bello. Necessita anche e soprattutto di sicurezza, condizione indispensabile perché tanto i residenti quanto i turisti possano godere di quell’incanto. L’amministrazione arancione, però, ha ignorato la necessità della manutenzione come testimoniano i parchi pubblici chiusi e la sistematica chiusura delle scuole comunali ogni qual volta sia previsto anche un lieve maltempo.

Se oggi Napoli vede sfiorire la sua bellezza è proprio perché si presenta come un luogo estremamente insicuro. E allora è di questo che bisogna parlare. È per questo che i napoletani dovrebbero indignarsi ed è questo ciò di cui i movimenti civici, in questi giorni protagonisti del dibattito pubblico, dovrebbero discutere. Su Repubblica Alfredo Guardiano, uno dei 101 firmatari dell’appello di Ricostituente per Napoli, ha evidenziato la necessità di ricostruire la città a partire dalle macerie, senza però indicare un punto di partenza. Ecco, glielo suggeriamo noi: la manutenzione.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.