Disaccoppiamento. Per mesi è stato il ritornello di chi si era convinto di aver trovato la soluzione semplice al caro bolletta. Ormai è arcinoto che nonostante le fonti pulite da sole, vento e acqua coprano il 41% dei consumi elettrici nazionali, sul mercato all’ingrosso dell’energia elettrica sia il prezzo marginale delle centrali a gas a fare il prezzo per ben oltre la metà del tempo. Il risultato di questa stortura del meccanismo di formazione dei prezzi è che sulle fonti pulite, le quali non dipendono da materia prima importata, paghiamo un sovrapprezzo determinato sia dalla volatilità delle quotazioni dei fossili che dai permessi ETS, la “tassa” sul carbonio che incide sulla generazione a gas.

Aumentare la quota di fonti rinnovabili nel mix elettrico comporta benefici certi ai fini della decarbonizzazione e anche della sicurezza energetica nazionale, mentre l’effetto sul contenimento dei prezzi dell’elettricità è tutto da venire. Sulla bolletta, la convenienza delle fonti rinnovabili rimane ancora imperscrutabile per famiglie e PMI. Eppure qualsiasi proposta di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas viene regolarmente bollata come impossibile dai “sacerdoti” dell’equilibrio del mercato del prezzo marginale.

Ecco che il primo ministro britannico Keir Starmer, stretto tra il più basso livello di gradimento e un’economia in affanno, lancia l’affondo presentando un piano per “spezzare il legame tra elettricità e gas”. Il governo offre agli esistenti produttori di energie rinnovabili che ora sono a mercato e godono del prezzo marginale fissato dal gas, la possibilità di sottoscrivere su base volontaria dei contratti di acquisto a lungo termine a prezzo fisso (wholesale contract for difference, WCfD) che garantiscano un chiaro rapporto qualità/prezzo per i consumatori. Per far leva sugli operatori di rinnovabili a rinunciare ai ricavi sul mercato (ma non a eventuali incentivi previsti per legge), il piano di Starmer esonera gli aderenti al WCfD dalla tassa sugli extra-profitti delle utility energetiche che il governo britannico – mosso dalla necessità di rimpinguare le entrate erariali – ha inasprito da 45 a 55%.

La ricetta del decoupling britannico non entra immediatamente in vigore ma dovrà prima superare una consultazione pubblica. Tuttavia, è un segnale importante per i decisori politici europei i quali, pur di preservare il ruolo centrale del mercato, con quest’ultimo shock energetico cercano la quadra tra schemi incentivanti, aggregazione della domanda per contratti Ppa agevolati e garanzie di Stato, senza mai pronunciare l’anatema del disaccoppiamento.

Patrizia Feletig

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