Il decreto Severino a inizio 2012 (decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235) aveva inteso introdurre normative draconiane contro la corruzione, intervenendo su incandidabilità e decadenza da mandati elettivi, giungendo per i soli amministratori locali e regionali (non per i parlamentari) alla sospensione automatica in caso di condanna non definitiva per una vasta serie di reati. Successivamente la Corte Costituzionale aveva confermato la costituzionalità di questo intervento particolarmente incisivo con la sentenza n. 35/2021 in nome dell’“integrità del processo democratico nonché (del)la trasparenza e la tutela dell’immagine dell’amministrazione”.

Tuttavia, obiettivamente, la pratica applicazione della normativa che ha visto spesso sospensioni per condanne di primo grado per reati connessi a un’impostazione molto estensiva della responsabilità degli amministratori, smentite poi in appello, ha posto l’esigenza di un diverso bilanciamento da una parte tra le ragioni che anche la Corte ha riconosciuto come legittime e dall’altra le esigenze di continuità e buon andamento dell’amministrazione, nonché del principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. Uno dei quesiti radicali, appoggiati dalla Lega, si è fatto forte di questa esigenza reale adottando però una posizione drastica, che non si pone problemi di bilanciamento: esso propone l’abrogazione secca dell’intero decreto legislativo. Trattandosi di impegni che derivano anche da obblighi sovranazionali, in primis da una Convenzione Onu del 2003 ratificata dall’Italia nel 2006, è peraltro piuttosto dubbio che il quesito possa essere ritenuto ammissibile dalla Corte.

In ogni caso i parlamentari del Pd hanno ritenuto doveroso presentare un progetto di legge in materia per isolare le sole norme relative alla sospensione per sentenze non definitive, sopprimendola in generale e mantenendola solo per alcuni reati di particolare allarme sociale. Ovviamente l’esito concreto può essere materia di confronto tra le varie forze politiche; il punto politico è però che, al di là di come finisca il vaglio di ammissibilità sul quesito radicale, è ormai comunque ineludibile la ricerca di un nuovo bilanciamento in materia.