Il fine settimana ha portato consiglio. Pare. E il Conte ter con tanto di rimpasto prende quota rispetto al governissimo a guida Draghi su cui molti continuano a fantasticare. Se Conte, alla fine del primo giro di consultazioni, si era rimesso in modalità “traccheggio” almeno fino a gennaio, ha capito invece che deve fare partita e non melina anche in questi ultimi dieci giorni dell’anno. E produrre insieme alla coalizione il nuovo Recovery plan e il cronoprogramma degli ultimi due anni di legislatura.

L’affondo domenicale del renziano Ettore Rosato («la fiducia in Conte non c’è più, ma può essere ancora una volta lui che risolve la situazione») provoca un nuovo giro di tavolo a palazzo Chigi che deve approdare, questa volta, “a qualcosa di concreto” dicono fonti parlamentari Pd che una volta di più si smarcano dalla voce della segreteria e da quella del capodelegazione Dario Franceschini. «Conte ha adesso ben chiaro che questa crisi non si risolve nell’ottica minimalista con cui l’aveva gestita la scorsa settimana». Quando ha tecnicamente aperto la verifica di governo ma alla fine dei quattro colloqui sul tavolo era rimasto, per l’appunto, nulla o quasi.

Qualcosa è cambiato domenica. L’affondo di Rosato ha fatto capire che Italia viva non sta bluffando e che la crisi di governo, una volta licenziata la manovra, resta sul tavolo. La reazione dei dem ieri mattina ha contribuito a complicare la partita. Franceschini e Zingaretti hanno ipotizzato il voto anticipato, entrambi con un’alleanza con i 5 Stelle, con Conte (Franceschini) o anche senza (Zingaretti). Scenario che, come già successo altre volte, è stato subito smentito dai vertici del Movimento. «Al voto? E perché mai, andiamo avanti» hanno detto entrando a palazzo Chigi il ministro Spadafora e il capogruppo Crippa. «Alleanza con il Pd? Boh, vediamo, non è all’ordine del giorno, il paese non vuole questo» ha chiuso l’argomento il capodelegazione Bonafede. Un caos che è meglio non sfidare.

Conte ha quindi tirato fuori le carte. Con un sospiro di sollievo del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola assai preoccupato che il dossier Recovery fosse rimasto impantanato dal 7 dicembre. Quindici giorni di nulla mentre il resto d’Europa marcia a pieni giri.
Le nuove consultazioni a tu per tu con le delegazioni dei quattro partiti di maggioranza (ieri M5s e Pd, oggi Iv e Leu) puntano ad avere, almeno alla fine di questa settimana, una nuova bozza di Recovery plan, con la nuova governance e i nuovi saldi di spesa. E, soprattutto, un primo via libera sui progetti, circa 60, che il governo ritiene prioritari per la ripartenza dell’Italia. «Finalmente si fa sul serio» ha commentato Rosato «il premier ha preso atto di alcune nostre, e non solo nostre, istanze. Ad esempio che per la gestione di risorse e progetti serve un’interlocuzione seria con Regioni, comuni e opposizione».

Conte ha voluto accanto a sé i ministri Gualtieri e Amendola, il titolare del Mef e degli Affari europei. Non c’era Patuanelli, il ministro dello Sviluppo economico che nella prima bozza faceva parte della triade alla guida dei manager e della task force dei tecnici. Questa roba qui non c’è più e l’assenza di Patuanelli non è stata casuale. «Oggi non si chiude nulla – ha detto Conte alla delegazione 5 Stelle – ma inizia un’interlocuzione che deve procedere in modo costante e serrato perché è interesse di tutti che il Recovery plan proceda spedito. Non ci possiamo permettere ritardi». Garanzie chiare anche sul ruolo del Parlamento.

«Il Pnrr – ha aggiunto il premier – riflette le indicazioni del Parlamento sulle linee guida. Non vedo l’ora di mandare il documento di aggiornamento per poi ricevere ulteriori indirizzi e predisporci al piano finale». Ci sarebbe già anche una prima revisione dei saldi con il superamento di quei 9 miliardi alla Sanità e tre miliardi al turismo, cifre “ridicole”, anzi “sbagliate” aveva detto Renzi. La nuova programmazione darebbe «il 60% delle risorse alla transizione verde e digitale, il 40 per cento a scuola, istruzione e ricerca, parità di genere, coesione territoriale, e salute». Cifre ancora generiche, che rispondono al criterio delle sei missioni e dei 18 componenti che sono l’obiettivo del Piano italiano. «A supporto dei progetti – ha sottolineato il capo del Governo – c’è la riforma della giustizia (entro il 2022, una specie di miracolo, ndr) e la riforma della pubblica amministrazione: su entrambe queste sfide il paese si gioca la sua credibilità».

La delegazione Pd è entrata alle 19 e 30. Da non sottovalutare che questa volta le delegazioni escludono la presenza di segretari e leader di partito. Il messaggio è: «Non è più tempo di giocare ruoli di bandiera o di partito». Dunque fuori Crimi e Di Maio tra i 5 Stelle. Assenti Zingaretti e Renzi. Per la gioia di Franceschini, capodelegazione, che nel Pd è certamente colui che più blinda al governo. E dunque il semestre bianco (luglio 2021) e l’elezione del nuovo capo dello Stato. Il Pd non ha parlato solo di Recovery che pure era l’unico punto all’ordine del giorno. La delegazione, composta da Franceschini, i capigruppo Marcucci e Delrio, il vicepresidente Andrea Orlando e la responsabile donne Cecilia d’Elia, ha preteso di parlare anche di programma di legislatura, un tavolo che da mesi Zingaretti cerca di spingere senza essere preso troppo sul serio da Conte. Il problema del segretario è che da tempo è tra due fuochi: i franceschiniani convinti che il Conte 2 è l’unico possibile e dunque occorre farselo andare bene cercando di avere pazienza; i gruppi parlamentari invece molto critici con l’azione di governo da mesi ferma e inconcludente. Che è la stessa accusa di Renzi.

Entrambi, Pd e Iv, hanno presentato a Conte la lista delle cose da fare “ora”. Tra cui anche il Mes. Italia viva sarà ricevuta stamani alle 11. Intascata la vittoria del primo tempo con la revisione del Pnrr, chiedono un cronoprogramma dettagliato «per portare in fondo la legislatura senza ulteriori alibi né perdite di tempo». Renzi ha già spostato la partita più avanti, oltre il Recovery plan. Anche Zingaretti guarda avanti. Da questa crisi si esce con due documenti dettagliati. E una squadra di governo in grado di realizzarli. Altrimenti non vale la pena.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.