Il tentativo di abolire il Mezzogiorno come problema nazionale è un tema ricorrente nella politica italiana. Un ultimo esempio è stato offerto dal governo Draghi che nel maggio scorso, al Forum ‘Verso Sud’, organizzato dal ministro Carfagna con la consulenza dello Studio Ambrosetti, ha disegnato un Mezzogiorno da cartolina, descritto come terra di grandi opportunità.

Ma il patinato quadretto ottimistico da depliant turistico proposto dal governo non regge alla prova dei fatti e nella prospettiva di una congiuntura che si annuncia pesantemente negativa. Studi recenti della Banca d’Italia e della Svimez vanno in direzione diametralmente opposta nel sottolineare che il divario Nord-Sud tende ad aggravarsi e che l’unificazione economica del paese appare ben lontana dal realizzarsi. Nel Mezzogiorno vive un terzo della popolazione italiana che produce poco più di un quinto del PIL e contribuisce ad un decimo delle esportazioni nazionali.

Nei suoi termini essenziali, quindi, la questione meridionale si presenta cronicamente invariata, poiché sussiste ancora una rilevante sproporzione tra la popolazione e l’insufficiente dotazione di capitale, nonostante vi siano stati indubbi progressi nella riduzione del divario grazie all’intervento straordinario del primo trentennio repubblicano. Insomma, Centro-Nord e Sud procedono a due velocità diverse e il Mezzogiorno si allontana sempre di più non solo dalle regioni più avanzate dell’Unione, ma anche dai più dinamici paesi di recente adesione che registrano tassi di sviluppo migliori. I dati più rappresentativi di questo divario sono offerti dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2022 sull’economia e la società del Mezzogiorno, pubblicate il 3 agosto scorso, che confermano gran parte delle tesi presentate in un rapporto di ricerca della Banca d’Italia del giugno scorso.

Lo sviluppo economico delle regioni meridionali è fortemente condizionato dalla insufficiente dotazione di capitale fisso sociale, cioè infrastrutture (in particolare quelle per la mobilità come autostrade e reti ferroviarie ad alta velocità) e qualità di servizi pubblici, la cui penuria influisce negativamente sui costi e sulla produttività delle imprese, limitando fortemente la loro competitività. E anche quando ci sono finanziamenti la situazione non migliora, in quanto per incapacità politiche e difficoltà burocratiche i comuni del Mezzogiorno impiegano mediamente circa 450 giorni in più per portare a compimento la realizzazione delle infrastrutture sociali, aggravando il ritardo.

Inoltre, come rivela il rapporto Svimez, le carenze infrastrutturali colpiscono soprattutto la formazione di capitale umano con effetti negativi sul livello di produttività e sulla qualità del lavoro. Per effetto delle carenze infrastrutturali, solo il 18% degli alunni del Mezzogiorno ha la possibilità di accedere ai programmi scolastici a tempo pieno, rispetto al 48% del Centro-Nord. Gli allievi meridionali della scuola primaria (ad eccezione della Basilicata) frequentano mediamente 4 ore di scuola in meno a settimana rispetto a quelli del Centro-Nord, e sull’intero ciclo scolastico perdono circa 1000 ore che corrisponde a circa il monte ore di un anno di scuola primaria. La carenza di adeguata formazione ovviamente impoverisce il capitale umano causando il progressivo peggioramento della qualità del lavoro, con la forte crescita dei lavoratori precari a basso reddito e a rischio povertà.

Seppure l’occupazione è aumentata nel Mezzogiorno (ma devono ancora essere recuperati 280 mila posti di lavoro rispetto al 2009), si tratta di occupazione di scarsa qualità destinata ad essere fortemente ridimensionata dallo scenario di congiuntura negativa innescato dalla crisi ucraina e dalla ripresa dell’inflazione (nel Mezzogiorno l’incremento dei prezzi su base annua si attesta all’8,4%; mentre nel Centro-Nord è pari al 7,8%). Già i primi effetti negativi si vedono sulla frenata di consumi e investimenti e il conseguente rallentamento nel 2022 della crescita del PIL nel Mezzogiorno (+2,8%) rispetto al Centro Nord (+3,6%). La crescita del PIL italiano è stimata dalla Svimez al +3,4%). Nel 2023, secondo previsioni Svimez, il PIL dovrebbe crescere dell’1,7% nelle regioni centro settentrionali, e dello 0,9% in quelle del Sud. Nel 2024, il divario di crescita a sfavore del Sud dovrebbe peggiorare ulteriormente di circa 6 decimi di punti, attestandosi al +1,3% di fronte al +1,9% al Centro-Nord.

L’aumento dei costi dell’energia peserà fortemente sulla fragile struttura produttiva meridionale caratterizzata dalla prevalenza di imprese di piccola dimensione, con costi di approvvigionamento energetico e di trasporto più elevati. Si stima che un aumento del 10% del costo dell’energia elettrica determina nel Mezzogiorno una contrazione dei margini di redditività dell’industria di circa 7 volte superiore a quella del resto d’Italia, compromettendo la sostenibilità dei processi produttivi e il mantenimento dei livelli occupazionali. Il quadro negativo è aggravato dalle scelte di policy compiute dal governo in merito alla gestione dei fondi del PNRR che ne ha fortemente indebolito l’efficacia come strumento di sviluppo del Mezzogiorno. Il metodo di allocazione dei finanziamenti PNRR è, infatti, basato sulla competizione territoriale, che avvantaggia di fatto le più efficienti amministrazioni del Centro-Nord.

Una regia di pianificazione centrale avrebbe potuto allocare le risorse in base al fabbisogno di capitale fisso sociale, andando anche oltre la quota minima del 40% riservata alle regioni meridionali. È mancato anche un coordinamento tra le regioni meridionali per progetti infrastrutturali comuni in grado di definire un piano organico di sviluppo. L’ottimismo che ha salutato il PNRR come una grande occasione per il Mezzogiorno è definitivamente tramontato per far spazio alle rivendicazioni di 323 sindaci meridionali, riuniti nella rete Recovery Sud, preoccupati per i segnali, sempre più evidenti, di una iniqua ripartizione dei fondi che peggiorerà ulteriormente il divario Nord-Sud. Purtroppo l’annosa e irrisolta questione meridionale non sembra stare in cima all’agenda politica di questa competizione elettorale.