Ci sembra che la parola solidarietà, molte volte usata riferendosi al Migration Pact sia stata svuotata di significato: non c’è solidarietà nell’impedire l’esercizio del diritto a migrare a chi rischia la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa. A sostenerlo è il Centro Astalli, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, in riferimento al Migration Pact presentato l’altro ieri a Bruxelles dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il Riformista ne parla con padre Camillo Ripamonti, che del Centro Astalli è il presidente.

Il Migration Pact doveva essere un punto di svolta nelle politiche migratorie dell’Unione europea. Ma la delusione, specie tra le associazioni umanitarie, è tanta. Padre Ripamonti, la montagna ha partorito il classico topolino?
Dal testo della Commissione europea si evince che comunque è il risultato di un lungo periodo di contrattazione e del tentativo di tenere assieme anche le diverse anime all’interno dell’Unione europea. Questo bisogna riconoscerlo. Ci sono comunque delle dichiarazioni di principio, dei passaggi in cui si fa riferimenti a quelli che sono i valori basici dell’Unione Europea. Nel concreto, ci si focalizza su indicazioni e politiche che non sono totalmente nuove. Pensiamo, ad esempio, alle valutazioni delle domande fatte alle frontiere, oppure ai ricollocamenti che non sono diventati obbligatori ma ogni Stato membro dell’Unione può scegliere tra il ricollocamento e la sponsorizzazione del rimpatrio.
Quello che è venuto fuori è un documento frutto di contrattazioni interne all’Ue. Vi sono delle aperture, nel testo c’è una visibile attenzione ai bambini, ai vulnerabili, alle situazioni un po’ più complesse, però, certo, ci si aspettava qualcosa di più, qualcosa di più coraggioso. C’è un riferimento al superamento di Dublino, ma aspettiamo cosa concretamente questo vorrà dire. Effettivamente ci aspettavamo qualcosa di più, anche perché le parole che avevano preceduto il documento facevano sperare in un cambio di prospettiva da parte dell’Unione. Questo cambio auspicato non sembra essere così concreto. Aspettiamo i passi successivi che magari ci sorprenderanno. Al momento va registrato il fatto, alquanto deludente, che la ricollocazione obbligatoria dei migranti per il superamento del trattato di Dublino, che da tempo le organizzazioni umanitari e gli enti di tutela chiedono, non è stata inserita tra le misure.

Nel documento presentato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la parola solidarietà è contenuta 22 volte. Non crede che dietro questa reiterazione vi sia una buona dose di retorica?
Purtroppo sì. Nel testo credo che ci sia un po’ di questa retorica, perché poi la “solidarietà” che si evince dal testo è quella di Stati che possono scegliere tra accogliere i migranti oppure pagare per rimpatriarli. Dal nostro punto di vista, le due cose non possono essere messe sullo stesso piano e, soprattutto, alla base non c’è quell’attenzione ai diritti delle persone che dovrebbe muovere i Paesi europei. C’è invece questo utilizzo della parola “solidarietà” per dire “vabbè faccio qualcosa perché mi obblighi in qualche modo a farlo” però non c’è alla base di questo, ciò che la solidarietà farebbe presupporre, e cioè quell’atteggiamento di mettersi un po’ nei panni delle persone che fuggono da situazioni di guerra, di ingiustizia, di cambiamenti climatici e vorrebbero veder riconosciuti i propri diritti: solidarietà con queste persone più che “solidarietà”, che in alcuni casi è sinonimo di compromessi al ribasso, tra i vari Paesi dell’Unione.

Nel governo italiano è in discussione una modifica dei decreti sicurezza. Qual è la richiesta che su un tema così importante il Centro Astalli si sente di fare al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte?
Innanzitutto che i richiedenti asilo ritornino ad essere accolti nello Sprar (il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, ndr). La questione per il Ministero degli Interni non è semplicemente una attesa dell’esito delle commissioni ma è cominciare ad accogliere ed integrare le persone. Ciò che ci auguriamo è che i richiedenti asilo siano reinseriti in questi centri di accoglienza diffusa che guardano alla persona e alla sua integrazione. L’altra speranza è che il tema dell’integrazione che era un po’ uscita di scena negli ultimi anni, torni ad essere un argomento centrale, perché l’accoglienza senza l’integrazione di queste persone, ne fa delle mine vaganti. Le persone non integrate nel tessuto sociale, molte volte vivono in situazioni di marginalità nelle nostre città, e questo crea quella divisione sociale a cui negli ultimi anni abbiamo assistito. Accogliere quindi i richiedenti asilo in questo sistema articolato del ministero degli Interni, e la parola integrazione che deve ritornare ad essere un elemento centrale della politica dell’immigrazione, perché per guardare al futuro bisogna fare in modo che le persone che arrivino si integrino sempre di più nei nostri contesti. Una integrazione che deve essere bidirezionale, nel senso che non è soltanto chi arriva che s’inserisce nei nostri contesti, ma anche una fruttuosa apertura dei nostri contesti che capiscono che quello che nascerà in futuro sarà qualcosa costruito insieme.