In questi anni, per soffiare sul fuoco dell’emergenza e dell’aumento delle pene, l’Italia è stata descritta come un Far West in preda a orde di delinquenti. Ma poi arrivano i dati che ci riportano a una realtà completamente diversa da quella descritta anche da tv e giornali. Secondo gli ultimi dati Istat riferiti al 2018, nel nostro Paese sono diminuiti gli omicidi che passano da 357 dell’anno precedente a 345. Aumentano invece le donne che sono state ammazzate: se nel 1990 erano l’11 per cento del totale, ora sono il 38,6 per cento. L’80 per cento delle donne uccise conosce il proprio assassino: nel 54,9 per cento dei casi si tratta del partner o dell’ex; nel 24,8 per cento comunque di un parente. È per questa ragione che li chiamiamo femminicidi. Non per amore di creare nuovi nomi o di chiudere le donne in uno “specifico” anche dal punto di vista penale. No. Usiamo questa parola proprio per sottolineare che l’uccisione delle donne avviene nell’ambito della divisione dei ruoli e del rapporto tra i generi.

Ma cosa ci dicono questi dati? Che proprio perché non siamo il Far west è inutile sperare sempre in nuove pene, chiedere l’aumento degli anni di carcere o invocare l’ergastolo, se non peggio – purtroppo si sentono di nuovo anche queste parole – la pena di morte. Non serve non solo perché gli omicidi sono diminuiti, ma perché il vero problema non è il controllo del territorio, la sua militarizzazione, non è aumentare il numero di volanti per strada, non è punire e ancora punire, ma la vera sfida è cambiare la testa degli uomini, far capire loro che le donne non sono un oggetto, che non sono un loro possesso. Perché questo salto culturale, sociale e politico avvenga, non c’è bisogno di uno stato di polizia, non è necessario cadere nella trappola del populismo penale, che legittima il potere indiscriminato delle procure e chiede sempre nuove fattispecie di reato. Serve al contrario scommettere sulla scuola, sulla cultura, scommettere sul cambiamento di un Paese che invece esce fuori dalla fotografia dell’Istat ancorato al passato. È l’immagine di un’Italia che non vuole mutare pelle rispetto alla questione più importante: la libertà delle donne.