«Il problema non è cosa vogliono Mattarella o Draghi per il Quirinale. Non è a loro che va sollecitata una risposta, ma ai partiti che sorreggono l’attuale esperienza di governo, a cominciare dai quattro principali». Ad affermarlo è Claudio Petruccioli: una vita nel Pci, più volte parlamentare, direttore de L’Unità e presidente della Rai. Tra i suoi saggi, ricordiamo il più recente Rendiconto. La sinistra italiana dal Pci ad oggi (La Nave di Teseo editore).

È iniziato il conclave politico-mediatico per l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. È il copione di sempre o stavolta c’è qualcosa di nuovo?
Quelle che sento ripetere, negli ambienti più disparati, sono quasi sempre domande sbagliate rivolte a indirizzi sbagliati.

Perché indirizzi sbagliati e quali sarebbero?
I commentatori, gli esperti, in genere rivolgono domande ai “papabili” veri o presunti: a Mattarella, a Draghi, a Berlusconi o ad altri nomi che girano. Ma non è a questi che si devono fare le domande. Sabino Cassese – con la sua abituale, esemplare chiarezza – in una delle sue recenti interviste a chi gli chiedeva “Lei cosa farebbe (anche il nome di Cassese ogni tanto gira)” ha dato la risposta perfetta: la Presidenza della Repubblica è un incarico al quale non ci si candida e che non si può rifiutare. Tutte e due le cose sono vere. Voglio dire subito sulla questione di Mattarella…

Questione caldissima…
Di Mattarella conosciamo le cose che pensa, il suo carattere fermo di cui ha dato più volte la prova. Mattarella è davvero convinto di quello che dice, in particolare soprattutto subito dopo la rielezione di Napolitano…

Vale a dire?
Che ripetere la rielezione potrebbe creare un precedente; e capisco che non se ne debbano sottovalutare le implicazioni. Ma quando mai un Presidente della Repubblica, anche quando lo desiderava, ha dichiarato la sua disponibilità alla conferma? A Capo dello Stato non ci si candida, come opportunamente ha ricordato Cassese. Però, se la prevista maggioranza del Parlamento, vota un nome potrebbe mai l’interessato (Mattarella o chiunque altro) rifiutare? Sarebbe perfino un vulnus per una Repubblica che si definisce “parlamentare”. Per eleggere il Capo dello Stato il Parlamento, integrato dai rappresentanti regionali si fa “collegio elettorale”; sarebbe inconcepibile svalutarlo come tale

È vero che al Quirinale non ci si candida ma da sempre ci sono personalità che si impongono.
Appunto, sono ben note a tutti e l’elenco non è lungo; i “grandi elettori” poi, le conoscono benissimo. Per cui insisto: è sbagliato, deviante rivolgere domande agli “eleggibili” in circolazione. A cominciare dal primo, il Presidente uscente. Nel ’46 dopo l’elezione dell’Assemblea costituente Pietro Nenni comunicò a Benedetto Croce l’intenzione della Direzione del Partito socialista di votare per lui. Croce gli rispose: onorevole la ringrazio ma io non mi considero capace. L’argomento di Croce non potrebbe usarlo Mattarella, che ha dimostrato ampiamente di interpretare alla perfezione il ruolo in un periodo fra i più difficili della vita della Repubblica, periodo tutt’altro che concluso. Nei prossimi anni l’Italia non può permettersi di rinunciare a nessuna delle risorse sperimentate e affidabili di cui dispone, già così scarse. Ugualmente sbagliato e deviante mettere nel mirino Draghi; negli ultimi tempi si sono susseguiti commenti anche autorevoli che hanno chiesto a Draghi di rompere la riservatezza, di dire se vuole o non vuole, come fosse lui responsabile dell’incertezza che domina la prossima scelta per il Quirinale. No, neppure questo è l’indirizzo giusto cui rivolgere la domanda.

E quale sarebbe questo indirizzo giusto e opportuno?
L’indirizzo sono i partiti! In particolare, i partiti principali che convergono nel sostegno al governo in questo momento. Questo è il punto. Quattro sono le persone decisive, non le sole ma certo le più significative: Salvini, Berlusconi o chi per lui, Conte e Enrico Letta. Questi sono i quattro a cui chiedere in modo incalzante e severo: cosa volete fare, chi volete scegliere e perché? Se fossi un direttore di giornale, direi al mio miglior giornalista politico: vai da questi quattro e ponigli una sola domanda, quella vera e decisiva: lei pensa di eleggere il nuovo Presidente salvaguardando la continuità della convergenza che sostiene l’attuale governo? O pensa invece ad uno schieramento che rompa questa convergenza? L’elezione del prossimo Presidente sarà il momento in cui questa convergenza è confermata da coloro che l’hanno non dico voluta ma accettata, oppure sarà il momento in cui questa convergenza viene archiviata? Questo è il problema nazionale e non solo nazionale ma europeo e perfino mondiale.

Addirittura?
Immagino che in occasione del G20 non siano stati pochi i nostri partner europei e non europei ad aver esternato o lasciato intendere a Draghi e a Mattarella il loro auspicio che l’Italia e gli amici dell’Italia possano contare ancora su loro.

La storia delle votazioni per l’elezione del Capo dello Stato sono però zeppe di franchi tiratori e di un fuoco amico più deleterio degli scontri scontro a viso aperto…
I franchi tiratori non sono una invenzione. Non la farei, però più grave di quello che è. Vediamo i numeri. Dominano sui giornali e in tv tabelle dalle quali si vede che né il centrodestra né il centrosinistra hanno i numeri sufficienti, neppure sulla carta; il che è del tutto vero e dovrebbe far riflettere. È trascurato, invece, il fatto che il governo Draghi all’atto della fiducia ha ottenuto fra deputati e senatori (esclusi quindi i rappresentanti regionali) 797 voti: 125 più di quelli necessari per eleggere il Capo dello Stato nei primi tre scrutini e 293 oltre le 504 schede richieste dal quarto scrutinio in avanti. Per quanti franchi tiratori possano esserci, i margini di sicurezza sono molto ampi. I quattro signori che ho citato dovrebbero rinchiudersi non dico a Teheran o a Yalta, ma per esempio a Camaldoli o in altra località amena e riservata. Con un obbligo preciso…

Quale?
Uscire quando sono in grado di dare una risposta certa alla domanda: siete d’accordo di eleggere il prossimo Presidente della Repubblica con una maggioranza che rispetti l’attuale convergenza sul governo Draghi oppure no? Va da sé che eventuali ulteriori apporti non solo non sarebbero rifiutati ma risulterebbero ben graditi.

Alla fine, tarando la statura dei personaggi, quella che lei auspica è una sorta di “Yalta del e sul Quirinale”?
Senza scomodare Yalta, i quattro – almeno i quattro – dovrebbero dire: il Presidente della Repubblica che noi scegliamo e votiamo insieme, lo scegliamo e votiamo affinché non si vanifichi l’esperienza che si sta facendo, legata alla ripresa economica, alla lotta alla pandemia, ai programmi sostenuti dai finanziamenti europei, alle necessarie riforme connesse, tutti impegni che riguardano esattamente i prossimi sei-sette anni. Il periodo prossimo venturo intendiamo affrontarlo con lo stesso spirito con cui abbiamo accettato di sostenere l’attuale governo. Non vuol dire che bisogna stare sempre tutti assieme, ma che ci riconosciamo in una comune missione nazionale. Per questo abbiamo deciso di eleggere, insieme, il prossimo Presidente della Repubblica. Così, il periodo inaugurato con il varo del governo Draghi, consentirebbe quel reciproco riconoscimento fra gli schieramenti in competizione per il governo che la Germania sancì con la grosse Koalition negli anni ’60 del secolo scorso e che l’Italia non ha ancora metabolizzato. Come ciliegina sulla torta potrebbero assumere l’impegno solenne di introdurre la non rieleggibilità in Costituzione come Mattarella ha più volte auspicato; un po’ come fecero negli USA fissando il limite a due mandati dopo aver eletto Roosevelt per la quarta volta.

In caso contrario?
In caso contrario sarà come dichiarare che non lo vogliono, o che non ne sono capaci. Immagino che non sarebbe senza conseguenze, in Italia e in Europa. E penso che noi, cittadini italiani, saremmo chiamati a fronteggiare prove ardue e a fare scelte molto impegnative.

Questo giornale ha pubblicato nei giorni scorsi l’appello di intellettuali contro il M5s nel partito socialista europeo. Appello che ha questa domanda come incipit: Cosa c’entra l’antipolitica col socialismo? A lei la risposta
Una risposta paradossale, alla Flaiano: una mossa obbligata se Conte (o Di Maio) mirano alla segreteria del PD.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.