«Basta con questo meridionalismo così tanto dipendente dal Governo centrale». Enzo Mattina, sindacalista e socialista storico, già sindaco di Buonabitacolo, sua città di origine, ed ex parlamentare europeo e italiano, punta l’attenzione su un certo approccio adottato da politica e pubblici amministratori, analizzando il rischio di un possibile ulteriore stallo che può far perdere la grande occasione del Piano di ripresa e resilienza.

Sul Pnrr c’è grande aspettativa: la politica l’ha messo al centro delle sue promesse elettorali e i cittadini lo attendono come necessaria opportunità di riscatto e rilancio. Cosa ne pensa?
«Speriamo che questa grande attesa che c’è a Napoli, nella Campania e in tutto il Mezzogiorno non si limiti alla possibilità che sia poi la Divina Provvidenza a risolvere i problemi. Perché in realtà dovrebbero essere le amministrazioni stesse, la Regione, il Comune, tutte le autorità locali per il grado di autonomia che ognuna ha, ad avere pronti e candidare progetti che siano ricoduncibili alle linee di finanziamento previste dal Pnrr. Da quello che ne so io di progettualità ce n’è poca, in più c’è il discorso dell’impoverimento del patrimonio professionale delle amministrazioni comunali, compresa quella di Napoli, per cui esiste il rischio che alla fine non si arrivi a nulla. Mi domando se sindaco, presidente della Regione, e chiunque abbia potere di decisione, non debba in questo momento individuare la soluzione mettendo attorno a un tavolo un pool di professionisti sensibili e capaci, che siano del luogo o provenienti da fuori, professionisti di livello anche internazionale che vengano a mettere a disposizione progetti credibili e fattibili».

Secondo lei, perché ci sono così tante criticità difficili da risolvere nel nostro territorio?
«Il problema non è solo fare cose belle, ma fare cose utili. Nella Campania la situazione non può andare avanti così. Pensiamo alla questione dei rifiuti per esempio: secondo me, o si fanno dei termovalorizzatori in più oppure non ci sarà via di uscita. A Brescia c’è un termovalorizzatore da cui non esce nemmeno una linguetta di fumo, sono stato due ore a controllare se usciva del fumo. E con quel termovalorizzatore si garantisce acqua calda nelle case e, essendo la società quotata in borsa, si crea anche ricchezza per la città. Sotto questo profilo, noi siamo indietro di secoli. Si pensi che nel Vallo di Diano c’è un impianto di compostaggio ben fatto e pronto all’uso che non viene messo in attività. Il punto è che dobbiamo imparare a usare meglio le risorse e le opportunità del nostro territorio».

A Napoli, poi, ci sono anche problemi legati alla macchina amministrativa, tra carenze di personale e bilancio disastrato. Come si potrebbe uscire da questa impasse?
«Per valutare la situazione napoletana credo che si debba aspettare ancora un pochino, anche se in genere ci sono i famosi cento giorni che segnano il passaggio dall’amministrazione precedente alla nuova. Per quel che vedo non mi sembra che ancora ci siamo ma il lavoro è grosso, considerato che bisogna partire dal bilancio. Voglio essere fiducioso e speranzoso, è chiaro però che l’attesa non può durare troppo. I fatti bisogna vederli piuttosto rapidamente. Napoli è una città grande e con grandi problemi e difficoltà, quindi c’è bisogno anche di velocità nel prendere decisioni che non si possono rinviare oltre».

Circa dieci anni fa, quando si parlava delle risorse che il governo Monti doveva impegnare per il Mezzogiorno, lei si mostrò molto scettico, sottolineando che se la base produttiva meridionale fosse rimasta quella esistente si sarebbero generati così pochi posti di lavoro da rendere ininfluente il sostegno pubblico. E propose la creazione di un Fondo in cui far confluire anche risorse private e volontarie per finanziare start up e aziende produttive e di servizi. La pensa così anche oggi?
«Non vedo altre soluzioni. Personalmente non credo al meridionalismo dipendente dal Governo centrale. Dipendere sempre da quello che fa lo Stato, nel lungo tempo, indebolisce. Certo, lo Stato deve intervenire per le infrastrutture, per rendere efficiente il sistema di una determinata area del Paese, sui servizi in generale, ma quando parliamo di attività produttive dobbiamo sapere che non basta solo fare strade e ferrovie. Per l’economia c’è bisogno di avere un tessuto produttivo sia nel settore primario, come l’agricoltura di qualità, sia nel settore secondario, quindi le industrie, e sia nel settore terziario. E la mia proposta di un Fondo di investimento è legata alla mia idea di fare qualcosa per la città con le nostre mani. Nel 2011 si parlava di tagliare emolumenti e vitalizi dei senatori e io proposi di mettere quelle somme volontariamente a disposizione per creare un Fondo. Oggi quel progetto non è più possibile, ma resta la proposta che chi ha redditi particolarmente alti possa mettere risorse a dispozione finanziando un Fondo di investimento per la città. Significa fare entrare i privati nella parte produttiva allo scopo di creare posti di lavoro che durano e sostenere la ricerca, l’ammodernamento delle scuole e altri progetti strategici. E poi ho un’altra idea».

Quale?
«Sono cattolico praticante e mi piacerebbe che per aumentare la capacità manufatturiera del Sud ci fosse anche un impegno da parte del mondo religioso e, lo azzardo, che si utilizzasse il tesoro di San Gennaro anche per aiutare la città».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).