«L’impressione è che la destra sia sempre più dilaniata da una guerra per bande. Ma alla radice di tutto c’è l’incapacità dei partiti di toccare il centro dei problemi: in queste condizioni, non c’è da meravigliarsi se l’astensionismo aumenta e mette a rischio la credibilità della democrazia». Non usa mezzi, termini Franco Cardini, nell’analizzare lo scenario politico napoletano all’indomani delle elezioni che hanno visto trionfare Gaetano Manfredi e il centrosinistra con ben 41 punti percentuali di distacco da Catello Maresca e dal centrodestra. Studioso di fama internazionale, Cardini conosce bene la politica per aver militato nel Msi dal 1953 al 1965 ed essersi candidato a sindaco di Firenze nel 2004; nelle prossime ore sarà in città per la terza edizione del Festival della storia, la kermesse organizzata da Laterza che da oggi a domenica richiamerà a Napoli il gotha non solo degli storici, ma anche dei letterati, dei musicisti e dei giuristi.

Professore, com’è possibile che la città che ha avuto un sindaco come Achille Lauro e che riempiva le piazze per i comizi di Giorgio Almirante si sia trasformata in una Stalingrado inespugnabile per il centrodestra?
«In realtà non esiste un Achille Lauro e nemmeno di Stalingrado si può parlare. E questo perché destra e sinistra sono molto più simili di quanto non si creda. Si distinguono soltanto per i “colori” e per il “tifo” che alimentano da una parte e dall’altra. Per il resto, a Napoli come altrove, la battaglia politica è sempre meno aderente ai problemi effettivi e, quindi, sempre meno interessante per una società civile che si sente abbandonata al proprio destino».

Eppure il centrodestra, a Napoli come nel resto d’Italia, ha provato a rilanciarsi aprendosi alla società civile. La candidatura di un pm come Maresca, però, ha generato una disfatta senza precedenti: come lo spiega?
«Non è la prima volta che una simile strategia naufraga. Anzi, molto spesso le scelte civiche si rivelano deboli. Altro non sono che “ammucchiate” per battere l’avversario. Ma io, da elettore, sono interessato ad altro e cioè al centro dei problemi. Ed è quello che bisognerebbe toccare tanto a livello locale quanto nazionale. I partiti dovrebbero prendere posizioni nette sui problemi veri».

E questa incapacità è alla base dell’astensionismo da record?
«Certo. Su questo punto, abbiamo toccato livelli di degrado inimmaginabili. E tutti i candidati, inclusi Manfredi e gli altri sindaci eletti, pure sono da considerare sconfitti. L’astensione prossima al 50% mette a rischio la credibilità del gioco democratico perché le comunità in cui si è presentato alle urne soltanto un elettore su due sono destinate a essere governate da amministrazioni espressione della maggioranza non degli elettori, ma degli eletti. Il risultato è una delegittimazione gravissima per tutti e, nello stesso tempo, un campanello d’allarme: vuol dire che la metà degli italiani è impolitica o apolitica, cioè non non si pronuncia sull’amministrazione delle città e del Paese. Tutti i partiti dovrebbero affrontare immediatamente questo problema».

Anche l’astensionismo ha inciso sulla pessima performance offerta dal centrodestra napoletano?
«No, ma storicamente la sinistra vota con maggiore frequenza e disciplina rispetto alla destra. Accade in Italia come in gran parte dell’Occidente ed è un elemento del quale bisogna tenere conto».

Quindi cosa affossa la destra?
«La sensazione di un regolamento di conti interno alla coalizione e ai partiti. È successo a livello locale e nazionale, con gli esponenti di Lega e Fratelli d’Italia impegnati a rinfacciarsi reciprocamente il caso Morisi e il caso Fidanza».

Sul fronte opposto, Pd e M5S hanno sperimentato un’alleanza in vista delle politiche del 2023, ma i pentastellati non sono risultati decisivi per la vittoria di Manfredi. C’è la speranza che il Pd si liberi dall’abbraccio mortale col M5S?
«Quel patto dimostra una tendenza tutta italiana: mentre altrove ai cambiamenti si reagisce dividendosi fino alla guerra civile, qui si tende all’inciucio e ad accelerare verso il centro. Io credo che il M5S abbia fallito e che il suo leader Giuseppe Conte ne farà un movimento di centro, secondo quell’antica vocazione che porta gli italiani a preferire posizioni moderate e comode».

Napoli è stata una grande capitale: come può tornare a quei fasti?
«Serve un riassetto civile. Il che significa far funzionare la scuola, il Comune e le istituzioni a tutti i livelli, oltre che risvegliare la coscienza civica. Altrimenti non si può aspirare al cambiamento. E poi bisogna affrontare i temi del sovrappopolamento alle falde del Vesuvio e della qualità dei servizi ai cittadini. Mi auguro che ci siano le premesse per farlo».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.