«Napoli deve iniziare a dialogare con il Governo centrale che a sua volta deve prenderla sul serio. La campagna elettorale è sottotono e la destra mi pare quanto mai priva di idee. Le priorità? Infrastrutture e un porto che diventi crocevia del Mediterraneo»: Luigi Mascilli Migliorini, storico di chiara fama e profondo conoscitore delle istituzioni politiche, riflette con il Riformista sulla Napoli del presente e su quella del futuro.

Professore, oggi Napoli che città è?
«Napoli è una città che in questo momento appare nell’estensione vastissima dei suoi problemi. Tuttavia non si deve trascurare e questo modifica un po’ anche gli occhi dei napoletani che oggi Napoli gode di un’attenzione simpatica, di una simpatia dell’opinione pubblica europea che nemmeno la pandemia ha cancellato e che anzi è del tutto inedita nella nostra storia. Si ha la sensazione non solo che ci sia un turismo ricco o povero, ma che nessuno, tornando oggi da Napoli, ne parli senza interesse e curiosità. Ciò prima non accadeva. In qualche modo esiste un circuito virtuoso al quale dobbiamo saper rispondere. È un brand che sta camminando, sicuramente non è lo stesso di 15 anni fa e di questo dobbiamo essere consapevoli».

Resta il fatto che per dieci anni ha subito le conseguenze di un’amministrazione poco presente e di un sindaco che ha issato la bandiera della rivoluzione rivolgendosi alla “pancia” alla città. Lei cosa pensa di questo modus operandi?
«Non so se Luigi de Magistris abbia usato una strategia corretta né ritengo che il bilancio di questi anni sia stato proprio glorioso. Tuttavia non dobbiamo dimenticare la profonda complessità della società napoletana, per cui in qualche modo la revisione della sua immagine, dei tasselli della società andava probabilmente fatta. De Magistris ha sicuramente intuito che non c’erano più solo due Napoli, ma che ce ne sono cinque, dieci e che ci si poteva “navigare” provando in qualche modo a dialogare con tutti.  È stato un sindaco che ha dato voce a chi non ne aveva e questa è una retorica dal fiato corto, ma ha rimescolato il mosaico della società napoletana e ciò mi è parso utile».

Lei ha scritto un saggio sulla sinistra storica: perché da oltre 30 anni (se includiamo Dema che è comunque espressione di una sinistra massimalista) Napoli è governata dalla sinistra? È più merito della sinistra o demerito della destra?
«Direi che è un demerito della destra. Credo che la destra a Napoli non riesca a essere modernizzatrice: lo dichiara e per effetti collaterali qualcosa poi succede, ma sostanzialmente non ha la capacità di modernizzare la città. Questa di oggi è una destra tutta archetipica, tutta piena di miti delle origini e di nemici che vengono dal mare ma non è certo in grado di modernizzare un Paese. Al contrario, le altre destre europee usano sintassi e musica molto diverse, molto più raffinate. Napoli ha una destra che non ha idee. Certo, non è che la sinistra abbia idee geniali, ma almeno nel suo zaino c’è una qualche proposta di modernizzazione. La destra, invece, paga sempre lo scotto di presentarsi più come una federazione di rancori che come una reale proposta. Negli ultimi vent’anni, infatti, la destra non ha mai espresso un’idea di futuro e gioca piuttosto sugli errori altrui e su quello che avrebbero dovuto fare gli altri. Non è mai chiara, però, la sua idea di città».

Che idea ha di questa campagna elettorale napoletana?
«La campagna elettorale sembra un po’ sottotono, nonostante ci avviamo a un appuntamento tutt’altro che trascurabile. Non ha l’aria di un dibattito molto acceso. Napoli non sta al calor bianco, sta a una discussione fin troppo educata per certi aspetti».

Eppure, il candidato di Pd e M5S Gaetano Manfredi ha scelto di non partecipare al dibattito con gli altri candidati sostenendo che il clima non sia sereno…
«Non conosco il perché di questa scelta. Posso dire che, dal mio piccolo osservatorio, oggetti di contesa particolarmente evidenti non li vedo agitati come spade. Ecco. Non vedo grandi appuntamenti della storia».

Che idea si è fatto, invece, della spaccatura che c’è a destra?
«La situazione napoletana riproduce il caso che c’è a livello nazionale. Non si mette insieme un partito dichiaratamente post-fascista con altri pezzi della realtà italiana: è inaccettabile per Forza Italia come per parte della Lega. E poi non è detto che tutti vogliano virare verso la soluzione bipartitica della quale parla Enrico Letta tutti i giorni, anzi».

Spostiamoci a sinistra: cosa pensa della candidatura di Antonio Bassolino e delle possibilità di farcela?
«È un uomo capace di sorprendere. All’inizio avevo immaginato la sua candidatura come una corsa quasi con se stesso. Adesso, invece, comprendo che è una candidatura che sta trovando ascolto e sono certo di una cosa: non sarà un Bassolino bis o ter; se vincerà, esprimerà Bassolino e non il bassolinismo. Non credo quindi che, in caso di vittoria, riciclerà esperienze e cordate».

A prescindere dal candidato, Napoli di cosa ha bisogno?
«Di dialogare con autorevolezza con il Governo centrale e di essere presa sul serio dai napoletani e dagli italiani. E questo getta la luce su cosa sono queste elezioni: bisogna sollecitare il Governo a guardare con attenzione a Napoli».

E quindi oggi Napoli di quali politiche necessita?
«Di un’infrastrutturazione all’altezza della terza città d’Italia: la Napoli- Bari, la Napoli-Reggio Calabria, ma anche di risolvere il problema di un porto del Mediterraneo interessantissimo sul quale il Paese non sta puntando».

Come si fa a portare il porto di Napoli al centro dell’economia internazionale?
«Oltre le infrastrutture, è importante realizzare nel porto di Napoli una business school per formare manager competenti che sappiano dialogare con i Paesi vicini e creare canali oggi mancanti».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.