Napoli e la Campania hanno sempre avuto la vocazione del laboratorio. Singoli partiti e intere coalizioni hanno sperimentato, proprio da queste parti, formule politiche e progetti amministrativi più o meno arditi e coronati da successo. Negli ultimi anni, però, il Comune di Napoli e la Regione Campania sono stati caratterizzati da un’anomalia: alla progressiva disintegrazione del potere del sindaco Luigi de Magistris ha fatto da contraltare il consolidamento del potere del governatore Vincenzo De Luca. Nanismo contro gigantismo politico-amministrativo, dunque. E un ruolo decisivo in questo processo l’ha giocato senz’altro la crisi delle opposizioni che si è consumata tanto nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino quanto nell’isola F13 del Centro direzionale.

Pensiamo al Consiglio comunale di Napoli. Qui l’inconsistenza del centrodestra, che a de Magistris ha offerto più volte una sponda per l’approvazione di importanti provvedimenti, e l’ambiguità del Partito democratico, che per lungo tempo ha considerato l’ex pm addirittura come «una costola del centrosinistra», hanno spianato la strada al più grande disastro amministrativo che la storia napoletana ricordi. E allo sfacelo amministrativo è immancabilmente seguito quello politico: de Magistris alla disperata ricerca di uno strapuntino in Calabria, la sua erede designata Alessandra Clemente abbandonata dagli ormai ex compagni di squadra, Napoli ridotta a merce di scambio nelle trattative tra i partiti nazionali. Un’opposizione forte e autorevole avrebbe impedito al peggior sindaco che la storia ricordi di “scassare” la credibilità di Napoli, prima ancora che le sue finanze e le sue strade.

Seppure con esiti diametralmente opposti, il fenomeno si è riproposto in Consiglio regionale. Qui alla ormai tradizionale inconsistenza della minoranza di centrodestra si è aggiunto l’addio del Movimento Cinque Stelle che ha sostanzialmente abbandonato il ruolo di oppositore dell’amministrazione De Luca dopo l’accordo col Pd finalizzato a sostenere la candidatura di Gaetano Manfredi a sindaco di Napoli. Il risultato? Un presidente della Regione trasformatosi in una sorta di satrapo, libero di imporre i propri candidati alle comunali napoletane oltre che di puntare a un terzo mandato consecutivo (finora vietato dalla legge) senza che dal fronte opposto si levi un pur timido altolà.

Non serve precisare quanto tutto ciò faccia male al Comune e alla Regione. La mancanza di un’opposizione rafforza eccessivamente chi si trova “al comando” o, al contrario, svuota di senso e di contenuti la normale dinamica politica e amministrativa. In ogni caso, però, fa mancare quei “pesi e contrappesi” di cui una democrazia matura e compiuta non può certo fare a meno. Insomma, l’opposizione è e ha un ruolo fondamentale. Per questo è importante che Napoli, che ora si appresta a vedere rinnovato il proprio Consiglio comunale, trovi finalmente un buon sindaco e anche una buona – anzi, ottima – opposizione.

E, in questa prospettiva, c’è solo una preghiera da rivolgere ai candidati sindaci che dovessero risultare sconfitti dopo il voto del 3 e 4 ottobre: non dimettetevi, non abbandonate il Consiglio comunale, ma onorate il ruolo di minoranza. Non solo per una questione di rispetto nei confronti del vostro elettorato, ma soprattutto per il bene di Napoli e della democrazia.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.