Afghanistan, per non dimenticare la lezione della storia e, soprattutto, per non abbandonare al proprio destino un popolo incolpevole. Il Riformista ne discute con Marina Sereni, Vice Ministra degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

In molti si sono cimentati nel definire gli eventi in Afghanistan: resa, tracollo, fuga, tradimento dell’Occidente…Ora che l’ultimo marine ha lasciato Kabul, è tempo di un primo bilancio. Qual è il suo?

Certamente non è stata la conclusione che avremmo voluto, quanto accaduto non rappresenta una buona prova da parte dell’Occidente. L’Afghanistan è un Paese molto complesso. Da parte dei Paesi che hanno partecipato alla missione militare c’è stato un sforzo enorme nel corso di questi ultimi venti anni ma dobbiamo ammettere che non siamo riusciti a costruire istituzioni in grado di apparire credibili agli occhi degli afgani e di unificare il Paese. Metà della popolazione vive in condizione di povertà e dipende dall’assistenza internazionale. Ma non è stato tutto sbagliato: c’è un’intera generazione di ragazze e ragazzi afghani che negli ultimi vent’anni ha avuto la possibilità di studiare. Soprattutto a Kabul e nelle aree urbane è cresciuta una società civile, sono aumentati i diritti delle donne, la libertà di stampa. Tutto questo ora è a rischio e noi dobbiamo fare tutto il possibile per preservarlo. Poi dobbiamo anche riflettere – senza edulcorare la portata di quanto è accaduto – sugli errori commessi e su ciò che non ha funzionato. Dobbiamo farlo come democrazie e, per quanto mi riguarda, anche come progressisti.

C’è chi sostiene che il ritiro, voluto da Biden e imposto agli alleati europei, sia stato troppo affrettato e gestito nel peggiore dei modi; altri sostengono che il ritiro è arrivato con 18 anni di ritardo.

La tempistica e la modalità del ritiro non erano adeguatamente state negoziate. Ci siamo così ritrovati in un contesto difficilissimo e che non era stato previsto da nessuno. Né dall’intelligence americana né dalla Nato. Ma un conto sono la tempistica e la modalità, un altro è l’esito finale. E quello a Doha in qualche modo era stato invece messo nel conto. Gli accordi sottoscritti dall’Amministrazione Trump in qualche misura davano per scontato quello che sarebbe successo, di fatto mettevano nel conto che l’Afghanistan potesse tornare nelle mani dei Talebani, anche se non certo nel modo e nei tempi in cui questo è poi realmente avvenuto. C’era una volontà da parte degli Stati Uniti di uscire da quel Paese. Sicuramente l’opinione pubblica americana ma, più in generale, quella occidentale, voleva la fine della presenza militare e le democrazie devono rispondere ai loro cittadini. Ma tutto questo poteva essere fatto diversamente. Per esempio coinvolgendo nel negoziato le altre componenti dell’Afghanistan e non solo i Talebani. Soprattutto si dovevano ottenere delle garanzie sul futuro del popolo afghano, ma anche sulla stabilità di un’area geopolitica così complessa come l’Asia Centrale, importante per gli interessi strategici non solo dell’Occidente, ma anche di Russia e Cina.

L’Afghanistan, ovvero il “cimitero degli imperi”. È anche il “cimitero” della Nato?

In Afghanistan, nel corso dei secoli, sono in tanti ad aver sperimentato quanto sia difficile sottomettere quel Paese non dico a un’autorità ma anche a un’influenza straniera. Sulla scorta di quanto accaduto agli inglesi nel XIX secolo e ai sovietici nel XX, nel 2001 l’amministrazione Bush evitò un’invasione diretta di terra da parte americana. Il dispiegamento militare occidentale avvenne solo dopo la vittoriosa presa di Kabul da parte dell’allora Alleanza del Nord, una conquista resa possibile certamente grazie al supporto aereo e logistico occidentale ma che ufficialmente era stata ottenuta da afghani anti-talebani. Questo schema di guerra asimmetrica è stato all’epoca congeniale agli obiettivi dell’Occidente, soprattutto in funzione della lotta al terrorismo di Al-Qaeda. Poi è entrata in campo la Nato, che in questi anni ha condotto una missione molto importante. Credo che questa sconfitta richieda di accelerare una riflessione strategica sul ruolo della Nato, sulle minacce vecchie e nuove che è chiamata ad affrontare. E anche sul rapporto tra Stati Uniti e Alleati all’interno della Nato. Trovo tuttavia fuori luogo alcuni commenti che ammiccano con qualche soddisfazione a quanto avvenuto, soprattutto in un’ottica anti-americana. Proprio perché la più grande potenza mondiale mostra una fragilità, è il momento di stringerci intorno agli Stati Uniti, discutere con franchezza e cercare delle risposte. Non esiste l’Occidente senza gli Stati Uniti, non possiamo non essere preoccupati di un indebolimento del nostro maggiore alleato. Dobbiamo evitare di dividerci, perché questo sarebbe un grande regalo al terrorismo. E c’è un punto che riguarda l’Europa: anche la vicenda afghana ci dice che le priorità geopolitiche tra Europa e Stati Uniti possono non sempre coincidere. Questo significa che l’Europa deve fare sul serio quando parla di “autonomia strategica” e che serve una accelerazione sul terreno della politica estera e della difesa comune. L’Italia, insieme ai principali Paesi europei a cominciare da Francia e Germania, deve e può dare un contributo in questa direzione. Infine penso che sia molto importante che sul futuro dell’Afghanistan si riescano a coinvolgere altre potenze, come la Russia e la Cina, da cui differiamo su tantissime cose sul piano dei valori ma che sono interessate a contrastare il terrorismo e a mantenere la stabilità in Asia Centrale. Il ruolo dell’Italia come Presidenza del G20 è in questo senso molto importante. Altrettanto essenziale è il coinvolgimento e la collaborazione con Paesi che hanno una influenza in Afganistan, come il Qatar, e con quelli della regione che non possono essere lasciati soli a gestire l’ondata dei rifugiati, come Pakistan, Iran, Tagikistan, Uzbekistan. Le visite del Ministro Di Maio in alcuni di questi Paesi testimoniano l’impegno in prima fila dell’Italia.

Molto si discute su trattare si, trattare no con i Talebani. Da Vice Ministra degli Esteri e da donna, come la vede?

Parto dal secondo punto: come donna e come persona ho negli occhi l’orrore e lo sgomento di coloro che vogliono fuggire dall’Afghanistan, in primo luogo quelli che hanno collaborato con la coalizione occidentale, ma pensiamo anche ai giornalisti, alle attiviste e agli attivisti dei diritti umani, agli operatori umanitari, alle loro famiglie e, più in generale, a tutti coloro che hanno creduto in noi e alla prospettiva di un Paese più moderno, aperto e migliore. Dobbiamo aiutare tutti quelli che vogliono lasciare l’Afghanistan e su questo apro una parentesi: come ha detto il Presidente Mattarella non possiamo dirci solidali con il popolo afghano e poi rifiutarci di accogliere coloro che cercano in Europa la possibilità di una nuova vita per sé e per le loro famiglie. Abbiamo il dovere morale di considerare l’accoglienza per queste persone, tenendo conto che la maggior parte degli afghani in fuga lo farà probabilmente andando nei Paesi limitrofi, con i quali dovremo collaborare per affrontare lo sforzo determinato dall’afflusso di profughi. Una parte di loro, minoritaria, si muoverà verso l’Europa. Per evitare che giungano in modo irregolare, dobbiamo lavorare per costruire soluzioni regolari, legali, programmate, in cui ciascun Paese si faccia carico di un pezzo. Su questo punto anche il presidente Draghi giovedì è stato molto chiaro, affermando che se la Ue non riesce ad affrontare questo problema, ciò costituisce una ‘spina’ nell’esistenza stessa dell’Unione. Di fronte a una tragedia come quella afghana, cito sempre il premier, come si fa a non accogliere i rifugiati? Venendo alla questione di trattativa sì, trattativa no, non penso siano importanti adesso gli atti formali, ma i fatti. Credo che la comunità internazionale debba chiedere alle autorità de facto talebane che siano rispettose dei diritti umani, specialmente quelli delle donne e delle minoranze. Secondo, devono impegnarsi per impedire che l’Afghanistan torni ad essere nuovamente un ‘santuario’ del terrorismo internazionale e purtroppo quanto accaduto la scorsa settimana all’aeroporto di Kabul ci dice che il rischio c’è. In queste ore è stato annunciato il nuovo “governo” dei Talebani: nessuna donna, nessuno tra gli esponenti di altre componenti della società e della politica afgana. Non mi sembra un inizio particolarmente promettente. In ogni caso la comunità internazionale dovrà trovare il modo di interloquire con queste nuove autorità, in particolare per quanto riguarda gli aiuti e l’assistenza umanitaria. In questo momento in Afghanistan c’è una grave crisi umanitaria. Dobbiamo pensare a chi cerca di partire ma anche a chi è destinato a rimanere. In questo quadro il ruolo delle Nazioni Unite e delle loro agenzie è cruciale. L’Italia è pronta a fare la sua parte, con le risorse della cooperazione e con quelle che erano destinate all’addestramento delle forze di sicurezza.

In una intervista a questo giornale, l’ambasciatore Sergio Romano ha auspicato che da questa triste vicenda l’Europa tragga la consapevolezza della necessità di dotarsi di una Forza europea di difesa su cui ridefinire una partnership transatlantica paritaria. È la strada giusta?

Come ho già detto allargherei il discorso alla necessità di una politica estera europea comune prima ancora di parlare di una struttura europea di difesa e di sicurezza comuni. Il primo punto, è il superamento della regola dell’unanimità a 27, perché è chiaro che non è un sistema adeguato per fare fronte alle sfide che l’Europa è chiamata ad affrontare.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.