Il battito d’ali di una farfalla in Estonia provoca un terremoto a Roma. E in tutti i palazzi di giustizia italiani. La notizia è clamorosa: la custodia dei verbali di intercettazione telefonica e di dati è da oggi in poi vietata in tutti i casi di reato lieve, quando la gravità sia esclusa. La sentenza emanata ieri dalla Corte Europea di Giustizia, fonte primaria del diritto, può rimettere in discussione migliaia di procedimenti in corso anche da noi. Tutto nasce da un ricorrente estone, accusato di appropriazione indebita e uso fraudolento di una carta di credito. Un episodio minore.

Al reo si sarebbe arrivati, nel suo Paese, dopo aver rintracciato notizia del reato tra i verbali di intercettazione rimasti depositati per anni. Troppo a lungo, aveva sostenuto la sua difesa.

E la Corte Europea, riunita in quella che va sotto il nome di Grande Sezione, il 2 marzo ha pronunciato la sua sentenza assolutoria: è fatto divieto alla magistratura inquirente ricorrere per reati di lieve entità a intercettazioni rimaste a lungo nella disponibilità degli inquirenti. Di più: devono essere distrutte tutte le intercettazioni che, non costituendo immediatamente riprova di minacce gravi alla sicurezza pubblica, sono rimaste per anni nella disponibilità dei magistrati, costituendo una indebita violazione del diritto alla privacy. È una bomba. In 59 paragrafi la sentenza di ieri smonta gli impianti accusatori di centinaia di processi e inficia la moltiplicazione di procedimenti a grappolo, quando la lieve entità (truffa, per dirne una) non costringa il magistrato a invocare esigenze di sicurezza pubblica.

Il richiamo nel dispositivo finale è all’art.15 della direttiva 2002/58/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche, nonché all’articolo 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, deve essere interpretato nel senso che “esso osta ad una normativa nazionale, la quale consenta l’accesso di autorità pubbliche ad un insieme di dati relativi al traffico o di dati relativi all’ubicazione, idonei a fornire informazioni aventi per scopo l’accertamento e il perseguimento di reati contro le forme gravi di criminalità o la prevenzione di gravi minacce alla sicurezza pubblica, e ciò indipendentemente dalla durata del periodo per il quale l’accesso ai dati suddetti viene richiesto, nonché dalla quantità o dalla natura dei dati disponibili per tale periodo”. In sintesi: dove non c’è un reato grave, le intercettazioni non possono essere conservate. Quelle conservate indebitamente, vanno distrutte e non possono essere utilizzate.

La Corte di Giustizia europea, va ricordato, è fonte del diritto primaria, tanto da precedere nella gerarchia la stessa Corte Costituzionale. E con questa sentenza-bomba chiarisce anche l’inidoneità della conservazione dei tabulati presso gli inquirenti stessi. Specifica una delle puntualizzazioni in sentenza: “La circostanza che il pubblico ministero sia tenuto ad agire solo in base alla legge e al suo convincimento non può essere sufficiente per conferirgli lo status di terzo rispetto agli interessi in gioco”. Ed ancora: “Il principio impone al giudice penale nazionale di escludere informazioni ed elementi di prova che siano stati ottenuti mediante una conservazione generalizzata e indifferenziata dei dati relativi all’ubicazione incompatibile con il diritto dell’Unione (…) qualora tali persone non siano in grado di svolgere efficacemente le proprie osservazioni in merito alle informazioni e agli elementi di prova suddetti, riconducibili a una materia estranea alla conoscenza dei giudici e idonei a influire in maniera preponderante sulla valutazione dei fatti”.

Oggi la normativa in Italia prevede che la conservazione dei tabulati delle intercettazioni copra una durata fino a 72 mesi, sei anni. Sei lunghi anni durante i quali i magistrati hanno accesso continuo alle conversazioni intercettate, delle quali possono disporre intemeratamente per formulare tutte le ipotesi di reato possibili, dalla diffamazione all’omicidio, senza discrimine di gravità. Chi custodisce i dati, non sa mai – a monte – per quale finalità li custodisce. E su questo la Corte non interviene; ma la sentenza “estone” ribalta la responsabilità sui magistrati: le intercettazioni si possono fare, si possono anche conservare, ma non si possono utilizzare, salvo casi di estrema gravità. Quali sono? Dipende dalle legislazioni nazionali.

Per quella italiana, ingiuria e diffamazione sono di lieve entità. L’abuso d’ufficio e la malversazione non consentirebbero più il ricorso alle intercettazioni, né l’appropriazione indebita o l’indebito accesso telematico. Il legislatore deve finalmente intervenire e a cascata, pone un problema per l’utilizzo dei tabulati in sede extra-processuale. L’uso degli sms e delle chat del caso Palamara, per dirne una, è compromesso. L’intero procedimento disciplinare che riguarda il sistema Palamara si basa su intercettazioni che – esulando dalla casistica della gravità normativa – andrebbero oggi distrutte e sulle quali non è più possibile istruire processi e men che mai procedimenti disciplinari. L’Italia deve adeguarsi rapidamente, e le resistenze, è facile presagire, non saranno blande.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.