Nelle varie nazioni del mondo in cui si vota democraticamente, esistono svariati sistemi elettorali, assai diversi tra loro e spesso molto distanti sul piano dei meccanismi e delle soluzioni adottate. Una vasta letteratura scientifica è dedicata proprio all’illustrazione e all’analisi delle varie tecniche possibili per conteggiare i voti espressi dagli elettori e per trasformare il gran numero di preferenze individuali espresse nel piccolo numero di seggi delle assemblee parlamentari.

Non esiste, in principio, un sistema che sia definibile tout court migliore o più democratico degli altri: ciascuno è, in qualche modo, l’espressione delle tradizioni, della storia e della cultura politica di ciascun paese. Normalmente, i sistemi elettorali sono destinati a durare a lungo, indipendentemente dalle maggioranze politiche che via via si succedono a seconda dei risultati del voto nelle diverse consultazioni. Come si sa, ad esempio, il sistema adottato nel Regno Unito e quello negli Stati Uniti d’America, sia per il Congresso che per l’elezione del presidente, sono immutati da innumerevoli anni. E anche quello francese a “doppio turno”, introdotto nel 1958 per l’Assemblea nazionale e nel 1962 per l’elezione diretta del presidente è da allora rimasto sostanzialmente immutato, con una brevissima eccezione (nel 1985 Mitterrand per dividere la destra e vincere le elezioni fece modificare la legge elettorale introducendo il sistema proporzionale, il quale permise al Front National di Jean-Marie Le Pen di accedere alla Assemblea Nazionale, ma la legge proporzionale venne abolita poco dopo). In Germania le legge elettorale del 1956 non è stata più modificata (a parte il complesso calcolo del numero di seggi parlamentari che non è sempre lo stesso).

In Italia non è così. Specie negli ultimi anni, dopo la fine della “prima Repubblica”, sono stati via via adottati i più svariati meccanismi che possono essere definiti “misti”, alcuni più tendenti al maggioritario, altri più legati al proporzionale, com’era il sistema inizialmente prescelto per il nostro paese dopo la promulgazione della Repubblica.
Non solo: i sistemi elettorali attualmente in uso sono diversi per i vari livelli amministrativi. Quello utilizzato per le elezioni politiche nazionali differisce infatti notevolmente, come si sa, da quello impiegato per le consultazioni a livello comunale e anche da quello utilizzato per le regioni (che presenta anche differenze tra regione e regione) e da quello per le europee. Il motivo del succedersi di tanti sistemi sempre diversi sta soprattutto nella logica che ha presieduto la scelta di questi ultimi: vale a dire uno sfrenato tatticismo da parte dei decisori politici. La ragionevolezza e il buon senso suggerirebbero che un sistema elettorale vada definito avendo a cuore l’interesse della nazione, in una logica di lungo periodo. Dell’intera nazione, al di là delle convenienze di parte e legate alla contingenza.

Insomma, sul piano puramente teorico (e ideale), la legge elettorale dovrebbe essere scritta sotto “un velo di ignoranza”, cioè senza considerare chi ne trarrà vantaggio alla prossima scadenza elettorale. In Italia, come si è detto, accade esattamente il contrario di ciò che sarebbe opportuno o quantomeno auspicabile. La preferenza – e l’adozione – di uno o dell’altro sistema elettorale è dettata non tanto (anzi, per nulla) da riflessioni sul bene generale della nazione, anche in termini di governabilità, quanto (anzi, esclusivamente) da ragionamenti sulla specifica convenienza di breve termine della maggioranza politica del momento (trattandosi di legge ordinaria, la normativa elettorale è stabilita dalla maggioranza semplice dei parlamentari di ciascuna Camera). Queste valutazioni sono spesso dettate (e modificate) dagli ultimi risultati dei sondaggi di opinione sulle intenzioni di voto. E dato che questi sono per loro natura (e per la estrema mobilità espressa dall’elettorato italiano in questi ultimi anni) mutevoli, altrettanto mutevoli appaiono le opinioni dei leader dei diversi partiti sul sistema elettorale migliore da adottare.

Si pensi a ciò che sta accadendo in questo periodo. Quasi tutti i partiti sembrano d’accordo sul fatto che, una volta eletto il nuovo presidente della Repubblica, si debba metter mano alla revisione dell’attuale sistema elettorale che, come si sa, prevede un meccanismo in prevalenza proporzionale, con, tuttavia, una importante presenza di seggi assegnati grazie ad un meccanismo maggioritario che risulta di fatto decisiva perché i piccoli partiti (in particolare di centro) che non stabiliscono alleanze con uno dei due poli in competizione rischiano di non ottenere alcun seggio nel comparto maggioritario. Come si è suggerito, ci si potrebbe aspettare che il dibattito e le proposte espresse dai diversi partiti siano motivate da riflessioni sul bene generale del paese e sul modo migliore di esprimerne i rappresentanti, anche per assicurare governi stabili ed efficaci. Ma, con tutta evidenza, non è così.

Il Pd appare in questo momento favorevole a un sistema prevalentemente maggioritario che, per sua natura, impone la formazione di coalizioni tra diverse forze politiche prima del voto, ciò che, secondo i dirigenti di questo partito, favorirebbe la strategia del “campo largo”, in questo specifico momento propugnata. Si tratta, con tutta evidenza di un ragionamento basato sulla tattica, tanto che, sino a non molto tempo fa, gli stessi dirigenti del Pd erano favorevoli, all’opposto, a un sistema proporzionale. Sempre all’interno dello stesso fronte di centro sinistra, il Movimento Cinque Stelle, malgrado il fatto che la sua alleanza con i democratici paia rafforzarsi di giorno in giorno, propugna il proporzionale. Che gli permetterebbe tatticamente di non finire stritolato nel gioco delle coalizioni prima del voto e di giocare al meglio, dopo che gli elettori si sono espressi, il residuo 15% di cui sembra disporre.

È vero che, riguardo a questo (e a tanti altri) tema, in entrambi questi partiti emergono voci opposte a quelli prevalenti nella propria forza politica. Ma, ancora una volta, anche queste ultime sono motivate e argomentate da riflessioni legate al brevissimo periodo, con un orizzonte temporale limitato alle prossime elezioni. Anche nell’ambito del centrodestra si rilevano divisioni di ordine tattico. In questo momento, in particolare, Berlusconi sembra orientato al proporzionale e Lega e FdI al maggioritario, che terrebbe insieme l’alleanza fra i tre partiti. È ragionevole prevedere che, con il prevalere di queste logiche e di questo modo di affrontare le cose – e in generale dello shortermism della classe politica del nostro paese – nessun accordo sulla riforma elettorale verrà trovato. O, se una soluzione prevarrà, sarà di stretta misura. Quando proprio sulla definizione delle “regole del gioco” – valide per tutti – occorrerebbero le più larghe convergenze, nell’interesse dell’intero Paese. Senza l’intenzione, più o meno recondita, di poterle mutare nuovamente se cambia il vento delle preferenze politiche dei cittadini.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino