Il libro di Marco Valentini è un lavoro interessante, una scrittura obliqua che si offre ad una serie di riflessioni, non sempre facili, attraverso vite osservate in filigrana; una “galleria dell’umano” che si compone, come un album, di scatti di vita, fotogrammi di esistenze la cui trama è la convulsa ricerca del senso di ciò che accade, dalla prospettiva di chi ce lo racconta. Atmosfere, luci, paesaggi, ombre che definiscono il paesaggio che fa da sfondo ad un libro, a tratti complesso ma mai ostico, che si sottrae ad una definizione unitaria, non aderendo ad un genere codificato.

L’autore ci conduce in stanze e luoghi della memoria descrivendo, con estrema perizia stilistica, scenari paesaggisticamente anche molto diversi, sconfinati orizzonti marini e impervie cime, che richiamano la follia e la determinazione dello scalatore, del viaggiatore, curioso, del lettore avido che ha respirato Erri de Luca, Louis-Ferdinand Céline, Charles Bukowski. Il volume pone costantemente interrogativi forti che creano talvolta inquietudine, che disinnescano alcuni detonatori del pensiero morale, offrendoci rapide e chirurgiche incursioni nei territori del dubbio. La narrazione è intelligentemente costruita ed accompagna costantemente il lettore negli impervi sentieri di quella pratica critica metodica che è il dubbio rigettando coraggiosamente il pensiero sistematico e riconoscendo il valore che ha l’interazione con l’altro. Un libro che fa riflettere sulle posture della coscienza, che accompagna e cura il viaggio narrativo e che si fa testimonianza di verità. Il racconto si dipana attraverso un caleidoscopio di personaggi che abitano vite, a tratti incongruenti, ricostruite dal punto di vista di un “maestro” che prova a rintracciare nel significato di queste vite forse quello più autentico della sua.

Attraverso questo espediente l’autore osserva le proprie ombre interiori, i propri chiaroscuri, dialoga con i propri demoni e se ne fa giudice, senza sconti, facendo emergere la sua anima razionale, rigorosa, non tradendo la sua identità professionale da uomo delle istituzioni ed offrendoci un chiaro esempio di bi-locazione, forse tri-locazione dell’Io. Ci insegna, pedagogicamente, che dialogare con i propri demoni è un rischio dell’esistenza che tuttavia vale la pena di essere corso. Smantellare l’architettura delle nostre certezze formali è sempre una operazione faticosa e rischiosa ma necessaria a catartica, perché la libertà è tale solo se la si costruisce criticamente, determinandola interiormente. Un libro che ci stimola ad esercitare la riflessione sulla isostenia di valori, attraverso una paradossale ed estrema esperienza del quotidiano che si fa identità, cammino e destino.

L’assenza, quindi, come strada per incamminarsi verso un ricongiungimento dell’io diviso, attraverso l’elaborazione del proprio personale vissuto emotivo che porta ad incrociare molti dilemmi etici. Nella “sua assenza”, Valentini incontra molte “altre assenze”, sullo sfondo di una crescente tensione verso l’onestà e la verità dei sentimenti. Un percorso di verità, dunque, che costituisce la sola strada, la unica via, l’essenziale mezzo per arrivare alla libertà. L’assenza è un costante andirivieni, uscite e rientri nelle coscienze sospese.