Ai più attenti era parso strano che Vincenzo De Luca non avesse ancora commentato, durante i suoi videomessaggi del venerdì, il nome che il Governo ha imposto alla strategia di rilancio dell’Italia. Il momento è arrivato ieri, quando il presidente della Campania ha ironizzato sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) osservando, a proposito, come il barocco sia «un dato genetico e incancellabile» dell’Italia.

In questo, al governatore, non si può dare torto. Stesso discorso per “resilienza”, sostantivo anodino ma abusato, come su queste pagine ha magistralmente spiegato Fulvio Abbate. Accanto a un barocchismo delle parole, però, esiste un barocchismo del comportamento. E da questo De Luca non sfugge. Anzi, è appunto l’approccio inconcludente che il governatore campano ha avuto sulle elezioni comunali a iscriverlo a pieno titolo nella melassa di una classe dirigente incapace di indicare un nome e un programma per salvare Napoli dal baratro.

Già, perché i vertici locali del Partito democratico hanno deciso di avviare le consultazioni per trovare l’accordo sul candidato sindaco. In precedenza, il segretario nazionale Enrico Letta aveva parlato di primarie, suscitando l’entusiasmo dei renziani di Italia Viva. Prima ancora, era stato aperto il tavolo di discussione del “campo progressista”, puntualmente funestato da fughe in avanti e polemiche. Senza dimenticare la conferenza programmatica che il Pd ha organizzato nei mesi scorsi e della quale, almeno fino a questo momento, non sembra essere rimasta traccia. Risultato: zero. Il centrosinistra continua a discutere al proprio interno, facendo però segnare un doppio ritardo. Le consultazioni, ritenute decisive per la scelta del candidato sindaco, arrivano a maggio, quando erano originariamente previste le elezioni.

Se il Covid non avesse suggerito lo slittamento del voto, probabilmente Pd e alleati sarebbero stati costretti a scegliere il proprio alfiere lanciando la più classica delle monetine, pur di ignorare quell’Antonio Bassolino che invece è in campo da settimane e che, quando sollecita una sintesi politica e un confronto sui programmi, ricorda la biblica voce che grida nel deserto. In secondo luogo, Pd, Movimento 5 Stelle e le altre forze progressiste non hanno scelto un candidato in tempo per consentirgli di governare opportunamente la discussione sul Pnrr, visto che il mandato del prossimo sindaco coinciderà con l’orizzonte temporale di attuazione dei progetti da finanziare con i fondi europei.

La verità è che il Pd, presunto motore del centrosinistra, ha finora perso tempo nell’attesa che fossero i vertici nazionali a imporre il candidato sindaco. E, per mascherare questo ritardo, si affida ai barocchismi politici contro i quali De Luca finge di scagliarsi. Il governatore ha minacciato più volte l’indicazione di un nome con l’obiettivo di superare lo stallo in cui versa il suo partito. L’ha fatto? Nemmeno per idea. Nello stesso tempo, però, non ha resistito e continua a cedere alla tentazione di dispensare lezioni di “politica concreta” a destra e a manca. Il paradossale risultato è che De Luca precipita nella palude dell’inconcludenza che non manca di criticare con il solito sarcasmo. E con buona pace di Napoli e dei napoletani che attendono un sindaco e un programma che li aiutino a risollevarsi da dieci anni di disastri targati de Magistris.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.