Esteri
Le primarie democratiche a New York ridisegnano il rapporto con Israele. Lander ne prende le distanze e torna sul genocidio
Nella nottata di martedì si sono tenute delle importanti primarie per diverse cariche elettive, nel Maryland e nello Stato di New York. È stata l’occasione per vedere all’opera alcune tra le lobby più potenti degli Stati Uniti, come la lobby tech, che con le sue correnti si è divisa in modo rilevante nella lotta democratica per il dodicesimo distretto dello Stato di New York.
Un ex dipendente di Palantir e adesso deputato statale, Alex Bores, una delle voci di spicco nella lotta per regolare l’intelligenza artificiale nello Stato, ha ricevuto oltre dieci milioni di dollari da un PAC (i fondi che organizzano la spesa per le campagne elettorali) vicino ad Anthropic. Contro di lui, cifre simili sono state spese da quella parte del mondo tech che vede in modo sfavorevole una regolamentazione eccessiva dell’AI. Questa somma è risultata determinante per la sconfitta di Bores, che ha ottenuto il 35% dei voti, contro il 39,1% di Micah Lasher. Un’influenza diversa ha avuto un’altra questione sempre più spinosa negli Stati Uniti. Parliamo della questione mediorientale, più in particolare del rapporto con lo Stato di Israele. Anche in una città con una forte presenza ebraica, infatti, tre candidati progressisti hanno vinto le loro rispettive primarie spingendo fortemente verso una politica di distanziamento dallo Stato di Israele.
Tra questi spicca Brad Lander, che si definisce “liberal zionist”, pur opponendosi pesantemente all’invio di armi ad Israele da parte degli USA e attaccando il proprio sfidante per non aver chiamato “genocidio” la situazione a Gaza. Situazioni simili si sono verificate anche nei collegi 7 e 13, nel pieno della Grande Mela. È un cambiamento forse atteso nel Partito Democratico, ma che si estrinseca con una forza inaspettata nella città di New York, una città dove il sostegno ad Israele, fino a pochi mesi fa, era una linea politica dalla quale nessun candidato, democratico o repubblicano, poteva discostarsi. Se i dem otterranno la maggioranza alla Camera a novembre, dovranno tenere insieme le anime più istituzionali e moderate sulla questione mediorientale e i barricaderos che hanno fatto della Palestina una bandiera ideologica da sventolare ogni qualvolta se ne presenti l’occasione.
L’American Israeli Political Action Committee, il fondo che sostiene le campagne elettorali dei candidati con le posizioni più attente ad Israele, è diventato uno spauracchio che viene agitato in tutte le campagne democratiche. Ricevere soldi dal fondo è diventato un suicidio politico per un elettorato dem sempre più spinto verso sinistra. Esistono alcune eccezioni, certo. Si pensi al collegio 5 del Maryland, dove Adrian Boafo ha vinto con oltre 10 punti di scarto le primarie democratiche, grazie al contributo provvidenziale dell’AIPAC, che nonostante tutto in questo ciclo elettorale ha già versato quasi 40 milioni di dollari nelle casse di vari candidati. Questo in attesa che la prossima settimana vengano rilasciati numeri più precisi con gli aggiornamenti trimestrali che i candidati sono obbligati a pubblicare rispetto alle donazioni ricevute. Le primarie di questa settimana mostrano che una parte crescente dell’elettorato democratico sta ridefinendo il proprio rapporto con Israele e con le organizzazioni che ne sostengono le posizioni a Washington. È un cambiamento politico reale, che merita di essere compreso senza semplificazioni. Resta però da capire se questa evoluzione si tradurrà in una critica più selettiva delle scelte del governo israeliano e del peso delle lobby nel dibattito e nelle campagne elettorali, o in un rigetto sempre più indiscriminato di tutto ciò che viene percepito come vicino a Israele.
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