È una festa che tutti sentono propria: italiani di ogni appartenenza, ceto, territorio. Di ogni fede. Di destra e di sinistra. Il 2 Giugno è festa di tutti; è politicamente laica: nessuno si dissocia dalla celebrazione della Repubblica. Che è più di una forma di Stato: è la nostra comune identità; è luogo del nostro patriottismo nazionale, culturale ma anche “costituzionale”. Una scelta consapevole, che non prevede né vincitori, né vinti. Né post, né anti. Non divisioni, non eredità esclusive, nessuna contrapposizione. La comunità si ritrova ogni anno con la sua simbolica unità nazionale: la Costituzione, la Bandiera, l’Altare della Patria, le Forze armate, le Frecce tricolori; la parata ai Fori; i sindaci fasciati, il Governo, il Parlamento; le Alte cariche; la maggioranza e l’opposizione. La Nazione, tutta: il Capo dello Stato che la rappresenta. Ci rappresenta. La “lettura” è comune. Come la memoria. Che non è divisa: è una sola. E non lascia varchi a interpretazioni di parte. Né di “noi”, né di “loro”. Nessuno è escluso. Le immagini hanno sempre offerto spaccati di serenità. Da dì di festa: sedi istituzionali aperte, insieme ai luoghi della cultura.

Tutto bene. Bello. Fino alle ore 21 del 2 giugno 2026, nel piazzale del Colle più alto. Più di uno ha provato a guastare la festa dell’80° anniversario: in cima la dimenticanza che per la prima volta nella storia della Repubblica c’è una donna a guidare il governo. È un traguardo per tutte le donne d’Italia, oltre la persona. Giorgia Meloni entrerà negli annali della nostra comunità nazionale e nei libri di storia. L’averlo omesso è una sgrammaticatura istituzionale, una doppiezza malcelata, più che uno sgarbo personale, di cui si poteva e si doveva fare a meno. Ha schizzato l’abito buono del compleanno speciale per il quale il regnante Presidente ha voluto una solennità inclusiva, ne siamo certi.

Paola Cortellesi, in primis, si è consentita la dimenticanza nei titoli di coda della sua opera prima: era suo diritto, anche se forzando ci ha perso; ma ha ripetuto il vulnus nel ruolo “pubblico” che le era assegnato. Autorizzata a farlo; il che, nonostante la impassibilità elegante della premier e l’atarassia della tv pubblica, suscita un rammarico bisbigliato, ma diffuso, insieme a qualche interrogativo. Si poteva, si doveva evitare. Non ne avevamo bisogno, specie dopo un referendum così divisivo, immagine figurale di quello lontano, di 80 anni fa. Le spaccature fanno male, sempre; tutte. Il resto tra le righe.