«Suonate pure le vostre Merkel. Noi suoneremo i nostri Solenghi». È questo il grido di battaglia che rimbalza sui social schierati a difesa dell’orgoglio patrio ferito dai discendenti degli Unni che hanno impedito al nostro Paese di usare gli eurobond come meglio gli pareva. Lo sproloquio di Tullio Solenghi contro la perfida Germania, divenuto virale in rete, è l’ultimo atto di una trasformazione in corso nella società italiana: mentre i politici (si veda il caso di Matteo Salvini) diventano comici inconsapevoli, i comici non esitano ad intraprendere il cammino percorso con successo da Beppe Grillo e, magari, a prenderne il posto visto che il “garante” pentastellato non sa più dove sbattere la testa, mentre il suo movimento si sgonfia come una torta di panna.

Solenghi – preso da un raptus nazionalista – ha rinfacciato ai tedeschi la responsabilità di due guerre mondiali, della Shoah e di aver goduto – nonostante i loro misfatti – di un taglio dei debiti di guerra nel 1953 che ha consentito a quella nazione di rinascere sul piano democratico, civile ed economico. Il comico d’assalto non si è ricordato che il nostro Paese era alleato del Terzo Reich, varò le leggi razziali e non esitò, ai tempi della Rsi, a consegnare gli ebrei italiani ai nazisti. Certo non fu l’Italia democratica a partecipare allo sconto sul debito. E quindi non sembra che possa rivendicare, a distanza di mezzo secolo, una sorta di par condicio con la Germania di Bonn.

Sono state ripescate, in queste ore di becero patriottismo, tutte le battute circolate per mezzo secolo, a partire da quella salace di Giulio Andreotti, prima della riunificazione tedesca: «Voglio tanto bene alla Germania che ne preferisco due». Quanto alle personalità politiche della Germania di oggi, non si può negare che siano in prima linea a denunciare e a contrastare le risorgenti forme di nazismo e di antisemitismo, tanto che Angela Merkel dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau ha voluto riconoscere non solo che la Germania non potrà mai lasciarsi alle spalle questa tragica responsabilità, ma – citando Primo Levi – ha avvertito che questi orrori, come sono avvenuti, così possono tornare.

L’Afl – il partito alleato di Matteo Salvini – è considerato come un paria “intoccabile”, con cui i partiti tradizionali non intendono avere rapporti. Sempre sui social circola un video in cui una indignata voce femminile, fuori campo, mentre scorrono le immagini delle nostre “grandi bellezze” rinfaccia al resto del mondo i meriti politici, istituzionali, giuridici, scientifici e artistici degli italiani nella storia dell’umanità. Arriva ad affermare che Donald esiste in quanto “scoperto” da Cristoforo Colombo, mentre nel fare l’elenco degli inventori lascia trasparire un po’ di imbarazzo, per comprensibili ma ingiustificati motivi, davanti all’immagine di Enrico Fermi. Quanto ai grandi musei delle capitali straniere, la “voce” afferma che dovrebbero chiudere bottega se venissero privati delle opere degli italiani.

Certo, siamo orgogliosi del nostro passato; e nessuno ci nega di esserlo. Il fatto è che non si vive di rendita. Altrimenti i Greci potrebbero rivendicare di aver dato vita alla cultura occidentale e fermato in epiche battaglie le invasioni degli eserciti persiani. Gli egiziani, poi, potrebbero passare ore a raccontare le storie delle dinastie dei Faraoni e delle Piramidi e dei motivi per cui l’Egitto era ritenuto un dono del Nilo. Ma perché Matteo Salvini, invece di insultare i partner europei (ma le iene non fanno, ridendo, lo stesso lavoro dei serpenti e degli sciacalli?) e sostenere a giorni alterni che da questa Unione e dalla sua moneta si dovrebbe uscire, non sviluppa un’iniziativa per convincere i suoi alleati in Europa a protestare contro i loro governi insensibili “al grido di dolore” dell’Italia?

Sarebbe utile che questi neopatrioti si rivolgessero ad una cineteca o ad un archivio storico dei grandi quotidiani per scoprire come – mutatis mutandis – i toni di queste ore somigliano ai cori contro le “inique sanzioni” assunte dalla Società delle Nazioni contro l’Italia per l’aggressione all’Abissinia. Il regime denunciava l’atteggiamento di quei Paesi che si schieravano (in verità con scarso impegno) a favore di un popolo di selvaggi e contro una potenza erede dalla civiltà di Roma. Il tema degli eurobond è senz’altro delicato e per ora non sono ancora state adottate decisioni ultimative. Ma quando si ha bisogno degli altri sarebbe opportuno usare un altro tono, senza dover rinunciare alle proprie legittime istanze.

Cinque grandi italiani hanno tracciato in questi ultimi giorni le linee di indirizzo non solo per l’Italia nei confronti dell’Europa, ma anche delle istituzioni europee verso i Paesi in maggiore difficoltà, nel contesto di una crisi da cui non si intravede ancora una via d’uscita: Sergio Mattarella nel suo ultimo appello al Paese; Mario Monti nel suo editoriale sul Corriere della Sera; Mario Draghi nell’articolo sul Financial Times; Lorenzo Bini Smaghi che, su Il Foglio, ha trovato il coraggio di spiegare – in mezzo alla tracotante canea antieuropeista – le difficoltà reali e le condizioni che sarebbero necessarie per l’emissione di eurobond, richiesti con troppa faciloneria dai demagoghi di turno; Carlo Cottarelli in un video in cui ha voluto ricordare, al pari di Monti, che dalla Bce saranno erogati all’Italia – in quanto appartenente all’Eurozona – ben 220 miliardi. Certo il tempo si è fatto breve.

Ma è così difficile capire che anche Angela Merkel e Mark Rutte hanno a che fare con un’opinione pubblica e con tanti Mattheus von Salvinen tedeschi e olandesi (peraltro amici del nostro Mangiafuoco)? Mentre i titoli della Bundesbank andrebbero a ruba con saggi di interesse risibili, gli Eurobond – ammesso e non concesso che si trovi un patrimonio che li garantisca – sarebbero oggettivamente più rischiosi (per il mix di Paesi che prenderebbero parte all’operazione) e quindi sarebbero sottoscritti a tassi oggettivamente superiori, caricando maggiori oneri, in nome della solidarietà, anche sui Paesi che potrebbero farne a meno. Un’operazione giusta e solidale, ma non dovuta.