Ogni volta come la prima. La prima cosa a cambiare quando si mette piede in un carcere è la luce: si entra in un mondo altro illuminato da una luce diversa, livida e parassita, che s’attacca alle pareti, agli oggetti, alle persone. Impregna e uniforma tutto. A fine settembre con Nessuno tocchi Caino, Cellula Coscioni Marcuzzo e i rappresentanti delle camere penali di Ascoli Piceno siamo entrati nella Casa Circondariale di Marino del Tronto (Ascoli Piceno), ultima tappa del “Viaggio della speranza” negli istituti penitenziari marchigiani per verificare le condizioni di detenzione e fornire ai detenuti dettagli sulla recente circolare sui colloqui diramata da Carlo Renoldi, capo del DAP.

Nel microcosmo del carcere cambia la luce, ma non la società, che si traspone netta nella separazione tra le sezioni: la media sicurezza sovraffollata da storie di disperazione e povertà, e quindi tossicodipendenti e stranieri; l’articolazione salute mentale che cura (poco e male) chi dovrebbe essere curato altrove; la sezione protetti che protegge i detenuti dimenticandoli; l’alta sicurezza popolata per lo più da persone compassate e preparatissime, come se in qualche modo subdolo il male fosse correlato al livello culturale o spingesse ad accrescerlo per fronteggiare vita e processi.

Nel penitenziario di Marino del Tronto poco o nulla resta di quel ventaglio di attività propedeutiche al reinserimento sociale e alla riparazione del reato presenti fino a cinque anni fa: i percorsi di alfabetizzazione per stranieri, la scuola media e il biennio superiore, i corsi professionali, la pet therapy, il teatro, il cineforum, l’orto sociale interno, le giornate ecologiche. Oggi nessuna attività formativa, nessun accesso allo studio, scarse e mal retribuite possibilità di lavoro interno, celle con sei persone progettate per tre, celle per una persona con una persona che ha due ore d’aria al giorno, l’aria di un corridoio coperto da un reticolato che riflette l’ombra dell’acciaio – pure l’ombra ti ricorda dove sei. Rimangono cappella e palestra, simulacri spaziali dell’espiazione del peccato e della produzione di endorfine funzionali a una più sopportabile sopravvivenza.

Come si fa a convivere col nulla, e di quello vivere per tutta la durata della detenzione? A chi o a cosa serve? Di certo non alle finalità rieducative e riabilitative della pena stabilite in maniera chiara dalla nostra Costituzione. Né alla società né al reo. «L’unica libertà che il carcere concede è quella di impazzire», dice un detenuto della media sicurezza. Quello di Ascoli è un caso critico – acuito dalla presenza/assenza di una direttrice sostituta che ha già la guida dell’istituto di Fermo e dal personale penitenziario perennemente sotto organico – ma simboleggia la spia di un malessere generalizzato e diffuso.

Per le carceri italiane il bilancio del 2022 è tragico, mai tanti suicidi come nei primi nove mesi dell’anno: 67 persone si sono tolte la vita, di queste 3 a Marino del Tronto; l’ultimo in piena estate, ad agosto, un ragazzo di 37 anni da poco dimesso dal reparto psichiatrico dell’ospedale di San Benedetto del Tronto dopo l’ennesimo tentativo di farla finita. A morire sono per lo più giovani dietro le sbarre per reati minori o in condizioni di fragilità psicofisica. Con la chiusura degli OPG, infatti, una grossa mole di detenuti con patologie psichiatriche è stata dirottata negli istituti, un travaso che ha svelato nel tempo l’inadeguatezza dei livelli essenziali di assistenza da parte del sistema penitenziario. Con loro fanno il paio i detenuti tossicodipendenti, che rappresentano circa il 30% del totale e hanno difficile accesso alle misure alternative, peraltro spesso inadeguate al corretto trattamento sanitario, rischiando di compromettere il percorso di recupero sociale dell’individuo.

Nonostante la situazione di per sé emergenziale, il futuro sulla carta non sembra promettere alleggerimenti della popolazione carceraria. Giorgia Meloni ha rimarcato la necessità della certezza della pena, si è già dichiarata contraria ad amnistia e indulto e per risolvere il problema sovraffollamento – che in Italia sfiora il 108% – ha rilanciato la popolarissima e antipopolare proposta di costruire nuove strutture per la detenzione, senza spiegare con quali fondi, in quali tempi e dove. La certezza della pena c’è sempre, è sulla sua umanità e sui diritti chiusi in cella che bisogna continuare a vigilare.

Raffaella Stacciarini