Fa strano notare come l’esordio del sindaco Manfredi non abbia fatto segnare un classico di queste occasioni: il programma dei cento giorni, con tanto di fanfare annesse. E’ vero che Napoli è in una situazione tale che c’è poco da festeggiare, e questo Manfredi già l’aveva fatto capire ed è presente a chiunque abbia sale nella zucca. Ma in genere non mancano decisioni simboliche. Qualche decisione, magari anche significativa, è stata presa. Ma le decisioni simboliche sono un’altra cosa. E comunque quel che manca è proprio l’ispirazione, vorremmo dire l’aria, tipica di inizio mandato di un sindaco. Gualtieri ad esempio ha disposto una pulizia straordinaria della città.

Ricordo l’inizio di Bassolino nel 1993, prima ancora di chiudere al traffico piazza del Plebiscito. Fece pulire i semafori. Erano così orribilmente sporchi che i colori in pratica non erano più quelli indicati dal codice della strada. Un esperto di scienze neurali l’avrebbe considerata una scelta giusta: i colori abbagliavano, una potente metafora per la mente del cittadino di un nuovo inizio. Ecco, questo nuovo inizio non appare la classica luna di miele, segnata da euforia e entusiasmo. La città sicuramente ha riposto molte attese in un sindaco con “skills” così importanti. Ma è tornata presto all’attività quotidiana, come è normale. A conti fatti l’euforia che manca, motore di tutto, è quella di chi ha vinto e di chi ha oggi posti di responsabilità: consiglieri eletti, assessori nominati e ovviamente in testa il Sindaco. Sinceramente non credo che Manfredi abbia raggiunto i numerosi e prestigiosi traguardi nella sua vita con la tecnica delle dimissioni sempre pronte sul tavolo. Questo tipo di persone, che esistono e sono sempre esistite, nella società della “rapidaciòn” (accelerazione) non sono più un modello di classe dirigente praticabile.

Neanche in una forma di governo dove sindaco e consiglieri sono legati da un unico destino e quindi i consiglieri dipendono dal sindaco (e il contrario). Il tono di Manfredi e la ripresa del motivo delle dimissioni sono probabilmente segno di un clima di grande nervosismo, dove il tema della risorse è solo uno dei problemi. Il patto per Napoli è chiaro che non esiste. Del resto non sarebbe occorso un assessore tecnico per tenere i rapporti con Roma se si fosse trattato solo di avere quattrini con una legge speciale. Ma c’è un punto politico. La composizione della Giunta è stata una questione estenuante. Le lotte sorde nella destra, nei Cinque Stelle e in parte anche nel Partito Democratico fanno la loro parte. La presenza di De Luca è diventata ingombrante e ormai quasi ogni giorno i giornali, non quelli locali ma la stampa nazionale, parlano del suo “sistema”, vuoi semplicemente politico, vuoi di presunto (o meglio: non presunto, fino a sentenza contraria) malaffare.

Napoli non è solo indebitata: è sotto una cappa politica pesante, se non depressiva. Ben impersonificata dal nervosismo di Manfredi. Dopo l’euforia della vittoria è comprensibile, anche sul piano personale, un calo emotivo: la stanchezza, le responsabilità, i fatti al posto delle parole. Ma non abbiamo memoria di un esordio così sottotono. Tanto più alla luce dei soldi che arriveranno e dei cantieri da aprire e chiudere rapidamente che richiedono ingegno ed energia. Speriamo.