Nessuno dubita che Maradona sia stato il miglior giocatore di calcio al mondo. Nessuno dubita che abbia dato gioie immense ai tifosi napoletani e, più in generale, alla città tutta e agli amanti di questo sport. Nell’ora della sua morte, però, voler trasformare un eroe sportivo in un eroe tout court, anzi in un condottiero politico, nel simbolo del riscatto di una città da tutti i suoi eterni mali – il malaffare, la camorra, la povertà – è un po’ azzardato, oltre che pericoloso. E questo senza nulla togliere alla sua straordinaria arte, alla sua superiore intelligenza calcistica, al suo carisma sportivo. Maradona, nel bene e nel male, è sempre stato uno che ci ha messo la faccia.

Grazie a lui e alla squadra che aveva intorno, non dimentichiamolo, ha regalato al Napoli e a Napoli scudetti e coppe. Ma non possiamo confondere il giudizio sportivo con quello politico. Maradona non solo è stato a volte contornato da esponenti della camorra napoletana ma, insieme con il suo manager e molti elementi della squadra, è stato, per sua stessa ammissione peraltro, un consumatore di droga che gli arrivava in abbondanza. Basti ricordare che la festa per il secondo scudetto venne celebrata su un’imbarcazione al largo del golfo di Napoli per evitare controlli “indiscreti”. Anche questo non lo possiamo e dobbiamo dimenticare e tuttavia, anche se molte persone erano coinvolte in quel giro di droga, tutti ricordano solo Maradona. Ripercorrere anche questi aspetti, certo non lusinghieri, della vita del campione e della sua vicenda umana, non è esercizio di moralismo bacchettone né il tentativo di andare controcorrente a ogni costo.

Serve piuttosto a ricordare che, nonostante Maradona, a Napoli la camorra ha continuato a prosperare, che il malaffare politico-amministrativo certo non è cessato e, anzi, si è appropriato delle ingenti risorse arrivate dopo il terremoto del 1980, per non parlare della successiva Tangentopoli degli anni Novanta; né, tantomeno, l’economia della città grazie a Maradona ebbe quella spinta capace di elevare il reddito dei residenti. Se tutto ciò è vero, appare allora assai pericolosa l’operazione culturale che si sta tentando di fare, e cioè la trasformazione di uno straordinario campione sportivo in una icona di libertà e di riscatto del popolo napoletano. Purtroppo non è così e la storia dovrebbe pur avere insegnato qualcosa ai napoletani, da Masaniello in avanti passando per il sindaco Achille Lauro e per i vari (spesso improvvisati) interpreti del sentimento popolare.

Questo paradigma molto gradito ai napoletani, secondo cui l’”uomo della provvidenza” ci salverà da tutti i mali facendosi carico degli errori e delle colpe collettive è la fonte prima della incapacità di assumere la responsabilità di scelte spesso difficili e dolorose, del vizio di cedere ad altri il proprio destino, di passare dall’osanna al ripudio, di cercare sempre una scorciatoia comoda ove i doveri sono degli altri e noi abbiamo soltanto diritti che saranno poi inevitabilmente negati. È una storia che noi napoletani conosciamo bene che vede complici e autori in prima fila i cosiddetti intellettuali da salotto, capaci di critiche e analisi dettagliate e brillanti, ma assolutamente inidonei a qualsiasi azione che non veda davanti a tutto il proprio tornaconto personale.

Allora lasciamo stare il campione Maradona, per certi aspetti vittima di questa città, lasciamo in pace San Gennaro e rimbocchiamoci le maniche per uscire da questa crisi spaventosa. Il calcio ha bisogno dei Maradona, la politica ha bisogno di progetti seri, scelte condivise e una collettività coesa dove l’unico obiettivo sia il bene di tutti.