Marco Travaglio ieri ha iniziato il suo editoriale sul Fatto Quotidiano con una autocritica giusta ma feroce. Ha scritto: «Fermo restando che certe cartacce buone per avvolgere il pesce, comunemente definite “quotidiani”, sono un po’ meno attendibili di “Tiramolla…». Apprezzo il coraggio dell’autodenuncia, anche se giudico i toni che usa, come al solito, eccessivamente crudi e (auto)aggressivi. Il problema che pone, tuttavia è sacrosanto. Basta dare un’occhiata, seppur di sfuggita, alle campagne condotte dal Fatto contro Berlusconi, o Renzi, o il Pd (campagna improvvisamente sospesa nello scorso agosto), o Salvini, o le Ong, o i migranti che prendono i taxi del mare, o le regioni del Nord. Dopo questo attacco bruciante del suo articolo, però, Travaglio cambia improvvisamente argomento e presenta una complicata autodifesa sulla vicenda del prestito chiesto e ottenuto dal suo giornale con la garanzia di Stato.

E protesta in particolare per come la notizia è stata riportata dal nostro giornale. Che lui definisce, polemicamente, il giornale dell’imputato Romeo e dell’impunito Sansonetti. È vero che Romeo è imputato (anche se è uno dei pochissimi editori di giornale del tutto incensurato) come del resto sono imputato anche io e lo è anche Travaglio. E non posso neanche lamentarmi per il fatto che lui, quando parla del Riformista, gli storpia il nome (lo chiama “il Riformatorio”) e cita sempre l’editore. Anche io del resto spesso cito l’editore di Travaglio (Davigo e il partito dei Pm) anche se non storpio mai il nome del Fatto (ma questo solo perché ho avuto dei genitori che tenevano moltissimo alla buona educazione). Veniamo al dunque. Travaglio è indignato perché – dice – il prestito di due milioni e mezzo (capperi!!) ottenuto da Unicredit, non è un aiuto di Stato. È solo un semplicissimo prestito che viene concesso per investimenti, sulla base di una legge del 1996, e che è garantito non dal governo ma da Medio Credito Centrale. Ok.

Ma voi avete idea di cosa sia Medio Credito Centrale? Ve lo dico: una società con un unico azionista: Invitalia. E voi avete idea di cosa sia Invitalia? Vi dico anche questo: una società alle immediate dipendenze del ministero dell’Economia. Il ministero dell’Economia – questo sicuramente lo sapete – è una articolazione del governo. Troppo complicato? Voi dite che è una specie di quelle cose delle scatole cinesi? Non so, a me sembra però tutto piuttosto semplice: il prestito è un aiuto all’azienda che edita il Fatto, l’aiuto viene dallo Stato, il prestito è un aiuto di Stato. Sulla base di una legge del 1996? No, sulla base di una legge del 1996 modificata (a favore di chi prende il prestito) nel 2020 nell’ambito delle misure contro il Covid. Quindi sulla base di norme emanate dal governo Conte. Il Fatto è amico del governo Conte? Sì. Punto.

Se il Fatto – che ha un bilancio 2019, credo, in rosso di circa un milione e mezzo e possibilità assai scarse di migliorare questo bilancio nel 2020 e nel 2021 – si fosse presentato a Unicredit e avesse chiesto un prestito di due milioni e mezzo, l’impiegato si sarebbe messo a ridere. Giusto? Invece non ha riso perché c’era la garanzia del ministero dell’Economia. Giusto? Allora, chiedo a Marco: in tutta questa faccenda c’entra o no lo Stato? E il Governo, inteso in quanto ministero, c’entra? E questi due milioni e mezzo sono stati o no un aiuto, quindi un aiuto di Stato? Dopodiché niente di male, figuriamoci. Lo abbiamo scritto sin dal primo momento: nessuna violazione della legge, solo, magari, un po’ di violazione dei sacri principi sempre dichiarati e gridati da Travaglio: mai aiuti di Stato. Mercato, mercato, mercato. I casi sono due. O quei principi sono stati abbandonati, oppure – è sempre possibile – l’aiuto è avvenuto a insaputa del direttore.

Un po’ come successe a Scajola con quella vecchia storia della casa al Colosseo. Un po’ come recentemente è successo persino a Davigo, quando a tradimento gli hanno presentato alla Camera un emendamento alla legge Covid per rinviare la sua pensione. Sono cose che succedono, e io non ho mai avuto difficoltà a credere alla buonafede. E poi io sono sempre stato favorevole agli aiuti di Stato all’informazione. È lui che fino a qualche giorno fa era contrario. Lo prego solo di non dire più: l’unico giornale che non gode di aiuti pubblici. Non è vero. È vero, invece, che l’unico giornale che non ha preso neanche il becco di un quattrino dallo Stato è il Riformista. Sì, sì: il Riformista di Romeo.
Poi ci sono ancora tre domande, che visto che mi capita l’occasione, proverei ad avanzare.

Prima. Ma se il prestito, sulla base della legge – così ho capito – è per investimenti, e se invece Travaglio annuncia che servirà solo a coprire i ritardi nei versamenti degli edicolanti, che investimento è? Tutto in regola?

Seconda. Ma i soldi racimolati con la quotazione in borsa del Fatto, che pare non fossero pochi, che fine hanno fatto? Non bastavano a coprire i ritardi degli edicolanti?

Terza. Ho visto che nella furia polemica Travaglio cita con rabbia i nomi di molti maschi, compreso il mio. E però, per prendersela con una donna, la chiama “la fidanzata” di Stefano Feltri. (Per la verità lui scrive “la fidanzata di uno che stava al Fatto e ora se ne è andato da De Benedetti”: tutti sanno che è Feltri).

Marco, ascoltami: so che sei stato un buon allievo di Montanelli, e conosco la storia dell’acquisto da parte di Montanelli di una schiava africana bambina, sono anche contro l’imbrattamento delle statue e penso che Montanelli sia stato contemporaneamente un razzista, un maschilista feroce – feroce – e forse il più grande giornalista italiano del ‘900. Però ora il tempo è passato. Il ‘900 non c’è più. Anche le persone più rozze sanno che le donne sono uguali ai maschi. Ti stupisci? Ti giuro, Marco: è così. Le donne, anche nel senso comune, sono persone come le altre, con la loro identità, i loro diritti, la loro dignità: hanno conquistato persino il privilegio di essere chiamate per nome e cognome. Dai, che ti costa? Selvaggia Lucarelli, Silvia Truzzi, Virginia della Sala: proprio come Marco Lillo e Barbacetto