Se lo sguardo su Buckingham Palace è velato di mestizia, quello sul Quirinale è di speranza. È Sergio Mattarella, pilastro delle istituzioni, a indicare la rotta: «Putin ha portato in Europa l’incubo della guerra, i costi per il conflitto sono immensamente minori di quelli di un’eventuale vittoria di Mosca», ha dichiarato ieri. Il viatico era rivolto alla riunione straordinaria dei ministri Ue dell’energia, riuniti a Bruxelles per esaminare il price cap sul gas. «I sacrifici servono a fermare l’aggressione russa, dobbiamo restare uniti per superare le resistenze al tetto dei prezzi energetici». L’Europa però non adotta la stessa voce forte. La posizione tedesca è gradualista, quella ungherese contraria. Il ministro tedesco Lindner fa notare che i prezzi delle risorse energetiche sono ingiustificatamente alti e che prima del gas si deve agire per dare un limite di contenimento all’aumento del petrolio russo. Alla fine, il ministro Cingolani ottiene di dare mandato alla Commissione per elaborare uno scenario. Sono in 15 a chiedere un price cap generalizzato, non bastano. La decisione è rimandata, mentre le bollette arrivano nelle case e nelle aziende degli italiani in piena campagna elettorale.

Giorgia Meloni assume il lessico draghiano quando parla della necessità di “ridurre i costi dell’energia senza comunque attingere da uno scostamento di bilancio” e rilancia: “Riformare la Costituzione per avere governi stabili”. Il suo principale competitor, Enrico Letta, che dice di voler far cambiare idea al 42% degli indecisi, attacca sulle “Proposte fiscali irrealizzabili del centrodestra”, e riscopre il cuneo fiscale: «La nostra ricetta è ridurre le tasse sul lavoro e dare più soldi in busta paga». I sondaggi arrivati ormai alle ultime battute pubbliche (da oggi non sono più ammessi) fotografano un aumento del divario tra il partito di Meloni e i dem, ora divisi da quasi 3 punti. Il M5s sorpassa la Lega mentre prosegue il rafforzamento del Terzo Polo che è a pochi decimali da Forza Italia. Ospite del Riformista Tv, il senatore azzurro Maurizio Gasparri non la manda giù: «Calenda bleffa e chi lo vota favorisce solo la sinistra. Dice che il suo premier è Draghi? Se vuole fare politica Draghi faccia come Monti, fondi un partito e corra alle elezioni». Renzi non è d’accordo: «Se arriviamo al 10% o oltre, il ritorno di Draghi sarà più facile», fa notare.

Il presidente del Consiglio ha seguito da palazzo Chigi la riunione del vertice europeo sul gas, ringraziando Cingolani per il suo impegno («Ma adesso il mio compito istituzionale è finito, mi troverò un altro lavoro», ha detto il ministro) e seguito a distanza la missione delicatissima e segreta del presidente del Copasir, Adolfo Urso, in Ucraina. Pochissimi ne erano a conoscenza. «A Kiev ho ribadito il pieno sostegno dell’Italia alla resistenza Ucraina anche a nome del presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Sostegno che non risentirà della situazione politica transitoria legata alle elezioni, e che caratterizzerà anche il futuro governo nel pieno rispetto delle posizioni europee e atlantiche del nostro Paese. L’Italia sarà l’anello forte della difesa europea e occidentale a tutela dei nostri interessi e delle libertà comuni», ha dichiarato al termine. Il ministro della Difesa, il dem Lorenzo Guerini, ha preso parte nelle stesse ore ad un vertice in Germania per “concordare le ulteriori forme di supporto all’Ucraina”.

Di scenari complicati ha parlato anche Guido Crosetto in una intervista con Avvenire: «Stiamo per entrare in una guerra diversa, ma mostruosamente spietata. Sarà un autunno terribile: la povertà si impennerà, molte attività economiche chiuderanno. E se l’Italia si vorrà salvare, se vorrà davvero sopravvivere, dovrà unire tutte le energie migliori. E tutte vuol dire tutte»: parole, quelle del più autorevole braccio destro di Giorgia Meloni che hanno aperto a scenari di larghe intese. Lo ha esplicitato chiaro e tondo, Crosetto: «Giorgia non arriverà alla guida del Paese per fare la donna sola al comando, ma con la consapevolezza di dover essere la persona che unisce chi può servire il proprio Paese nella maniera migliore possibile». Un governo dei migliori? Un allargamento ad intese che includono il Terzo polo e il Pd, o loro espressioni tecniche?

Carlo Calenda vuole vedere le carte ma non disdegna l’idea. «Bisogna fare un grande patto nazionale anche di rappacificazione. Se prendiamo dal 10 al 12%, e ci siamo vicinissimi, la destra non ha la maggioranza e non si può formare un governo di parte e si deve andare a chiedere di rimanere a Mario Draghi». «Larghe intese? Noi non ci saremo», fa sapere Giuseppe Conte. L’avvocato del popolo, che però dal 2018 a oggi ha aderito a tutte e tre le formule di maggioranza diverse della legislatura, si era anche detto in asse con Jean Luc Mélenchon, il leader di France Insoumise, che è stato costretto a smentirlo: «In Italia, sono vicino a Unione Popolare», ha precisato ieri. E per renderlo noto il leader dell’estrema sinistra francese ha voluto attaccare anche lui Enrico Letta, prendendo spunto dal taglio degli oneri sui lavoratori dipendenti. «A Letta non rimarrà che tornare a Parigi, il 25 settembre», l’ipotesi di Gasparri al Riformista.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.