Presentato il rapporto di Banca d’Italia “Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico”. Viene fuori una fotografia del Mezzogiorno in affanno rispetto al resto del Paese, ma anche di un Paese intero in affanno rispetto al resto d’Europa. A commentare i dati e a suggerire possibili strategie il direttore della Svimez Luca Bianchi.

Direttore, dall’ultimo rapporto di Banca d’Italia emerge che il divario tra Nord e Sud si è ampliato e che la questione meridionale è diventata oramai questione nazionale. Perché si parla in questi termini oggi?
«Condivido pienamente l’analisi di Banca d’Italia, anche noi come Svimez avevamo segnalato che in realtà la riapertura del divario Nord-Sud avviene in un periodo in cui l’intero Paese perde competitività rispetto agli altri Paesi europei. Il dato che maggiormente colpisce è che il differenziale tra aree forti del Paese (il nostro Nord) e le aree forti d’Europa è addirittura aumentato più di quanto non sia aumentato il divario tra aree deboli come il Mezzogiorno e le altre aree deboli d’Europa. Quindi, c’è un “problema Paese” che emerge chiaramente e all’interno del quale aumenta la distanza tra Nord e Sud».

Qual è il dato che colpisce e preoccupa di più rispetto a questo aumentare delle distanze tra i vari territori?
«Il dato più rilevante che emerge dalle nostre analisi e dall’ultimo rapporto di Banca d’Italia è un peggioramento al Sud dell’offerta di servizi pubblici essenziali come l’istruzione. Ma è anche evidente come le politiche di risanamento del 2013/2015 abbiano impattato meno al Sud dove il ruolo del settore pubblico è più rilevante».

E infatti il rapporto sottolinea che una delle maggiori difficoltà dello sviluppo del Sud è rappresentata da una pubblica amministrazione poco capace di progettare e realizzare.
«Assolutamente sì. Questo è evidente, innanzitutto emerge un dato sul disinvestimento che il Paese ha fatto nel settore pubblico con la riduzione degli addetti, vale per tutta Italia, ma di più al Sud. Quindi smentendo un po’ la retorica su un Mezzogiorno inondato di risorse e con un eccesso di dipendenti pubblici. Si confermano, però, anche dei ciclici problemi in termini di efficienza della spesa in particolare nel Mezzogiorno. Quindi, se da un lato si conferma che c’è un divario in termini di risorse e personale, dall’altro c’è un problema di efficienza. E questo tema diventa essenziale nell’attuazione del Pnrr».

Al Sud quanto inciderà una pubblica amministrazione poco efficiente ai fini della realizzazione del Pnrr?
«Da un lato il Pnrr si conferma una grandissima occasione perché è un disegno coerente di politica nazionale che supera il sovranismo regionale degli ultimi anni ed è importante la centralità di questa politica nazionale perché mette a disposizione tante risorse, dall’altro persiste l’allarme che, come Svimez, abbiamo lanciato più volte che la carenza della pubblica amministrazione, sia in termini qualitativi che quantitativi, rischia di trasformarsi in una scarsa progettualità qui al Sud. Rischiamo di avere più risorse che progetti».

Da qui la necessità di monitorare di più il lavoro e i risultati della pubblica amministrazione…
«Assolutamente sì. Bisogna monitorare di più i risultati: servono risorse ok, ma serve soprattutto spenderle meglio. In questo senso il monitoraggio degli interventi è fondamentale. Si tratta di un problema di riforme. Esce fuori dal rapporto che le riforme contenute nel Pnrr sono fondamentali: le riforme al Sud servono più delle risorse economiche. Servono riforme nel settore della giustizia, dell’amministrazione, del codice degli appalti. Sono grandi questioni nazionali che hanno rallentato la crescita del Paese e hanno ampliato i divari tra Nord e Sud».

Quali sono, per il Sud, le riforme essenziali?
«La pubblica amministrazione. Procedere con la riforma della giustizia, in questo caso parliamo di giustizia civile, procedimenti e tempi troppo lunghi che rendono complicato fare impresa al Sud. Poi c’è la riforma per semplificare la realizzazione delle opere pubbliche: bisogna ridurre i tempi. Bisogna anche rivedere i tempi delle gare d’appalto, troppo lunghi, stando attenti alla criminalità organizzata che continua a penalizzare il nostro territorio. Semplificare non vuol dire fare meno controlli».

Un altro dato preoccupante emerso dal rapporto Banca d’Italia riguarda i giovani: da qui al 2040 mentre al Nord ci sarà un calo della popolazione giovane del 14%, al Mezzogiorno la percentuale toccherà il 24%. Numeri significativi.
«È un dato importante. La questione demografica è una delle questioni principali legate allo sviluppo del territorio. Qui bisogna incidere migliorando la qualità dei servizi pubblici, rafforzando il sistema dell’istruzione, in particolare quello dell’università del Mezzogiorno. Diciamo che la fotografia dell’andamento demografico è il risultato della debolezza delle politiche».

Come si inverte questo trend negativo?
«Modificando le politiche, la variabile essenziale per riprendere un percorso demografico in caduta è incrementare il tasso di occupazione femminile. È questa l’unica variabile che può migliorare l’andamento demografico».

Nel rapporto si fa riferimento anche a una crisi del settore privato al Sud.
«Sì, dopo il doppio shock della crisi del 2008 e del 2013 ha comportato un processo di deindustrializzazione e questo è decisivo per la ripresa della crescita del Mezzogiorno. Rilanciare il settore privato e quello industriale è fondamentale. Su questo argomento la Svimez e Banca d’Italia hanno due posizioni un po’ diverse. In questa fase è importante rilanciare il settore privato e industriale che da un input positivo al settore dei servizi e a quello sociale».

Emerge un quadro di un Sud, come sempre, in affanno rispetto al resto del Paese. Quali azioni da mettere in campo?
«Indubbiamente il Mezzogiorno è in difficoltà, lo era prima della pandemia e lo è ancora di più oggi. Un quadro che richiede non tanto politiche specifiche ma un rafforzamento e riqualificazione delle politiche di sviluppo nazionali. Bisogna collocare il Mezzogiorno all’interno delle politiche nazionali. Fondamentale, quindi, riqualificare l’offerta dei servizi pubblici, investimenti straordinari nell’istruzione, e poi riequilibrare l’offerta di infrastrutture sia materiali (alta velocità) sia immateriali (banda larga) e infine, lavorare sulle infrastrutture sociali».

In un’ottica di rilancio, Napoli che ruolo ha?
«Napoli è una realtà decisiva per la ripresa del Mezzogiorno e del Paese, può recuperare quel ruolo di guida perché il rapporto Banca d’Italia fa vedere chiaramente come la mancata crescita del Mezzogiorno dipende soprattutto dalla scarsa vitalità delle grandi aree urbane, quindi rilanciare le grandi aree metropolitane è decisivo per il Paese. In questa ottica Napoli ha un grande potenziale, sia in termini di offerta di innovazione e ricerca e sia in termini di centralità logistica: fondamentale risulta lo sviluppo del porto».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.