Ieri il Comitato di gestione dell’Autorità di sistema portuale del Mar Tirreno Centrale, che gestisce i porti di Napoli, Castellammare e Salerno, ha recepito nel suo bilancio di previsione per il 2022 lo stanziamento di 361 milioni previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per gli investimenti infrastrutturali. Sempre ieri, la sottosegretaria Lucia Borgonzoni ha annunciato lo sblocco di 90 milioni destinati al centro storico di Napoli, alla riqualificazione del rione Sanità e alla realizzazione del centro delle arti e dell’artigianato. Notizie positive, che anticipano la pioggia di miliardi (circa 80) che dovrebbe arrivare alle regioni meridionali dal Pnrr, a cui ne vanno aggiunti 23,2 del Fondo per lo sviluppo e la coesione (Fsc) e altri 9 di perequazione infrastrutturale e recupero spesa ordinaria: un’occasione unica di sviluppo per Napoli e il Sud.

L’effettiva utilizzazione dei fondi dipenderà ovviamente dalla capacità delle amministrazioni locali di realizzare progetti. Ed è questo il punto debole. Nella programmazione finanziaria europea 2014–2020, l’Italia poteva contare su 46,5 miliardi, la cifra più consistente dopo quella ottenuta dalla Polonia, ma solo il 23% dei fondi è stato speso e la gran parte è stata sprecata proprio dalle regioni meridionali, soprattutto Campania e Sicilia. Questo risultato è l’effetto di una gestione dei progetti imprecisa e imperfetta, affidata al controllo di una burocrazia locale per lo più inefficiente, che accumula ritardi di attuazione. Spesso si tenta di recuperare i fondi perduti modificando in corso d’opera la programmazione nel tentativo di far rifinanziare vecchi progetti rimasti incompiuti, con il risultato di rinviare sine die il completamento dell’opera e far lievitare i costi. A peggiorare la situazione si aggiungono le varie inchieste della magistratura che bloccano i lavori e creano ulteriore incertezza. L’esperienza non certo positiva della difficile (e in gran parte mancata) realizzazione dei progetti finanziati dall’Unione potrebbe ripetersi per i fondi del Pnrr, senza riforme dell’apparato amministrativo e un adeguato ricambio generazionale che immetta nelle amministrazioni locali personale qualificato.

L’Italia dovrebbe innanzitutto imitare le buone pratiche seguite dai Paesi che hanno saputo sfruttare integralmente le risorse rese disponibili dalla Unione, in particolare la Finlandia che cattura l’80% dei fondi disponibili. Manca poi, all’Italia, l’esperienza di un’autorità centrale che possa esercitare una funzione di controllo e di programmazione degli interventi attuati dalle autonomie territoriali. L’adozione del modello francese a struttura piramidale sotto il controllo di un Ministero sarebbe stato l’ideale, ma il Governo italiano ha scelto una governance più articolata affidando a una cabina di regia nazionale la funzione di organo centrale, la cui funzione è quella di elaborare indirizzi e linee guida per l’attuazione degli interventi del Pnrr, anche con riferimenti ai rapporti con le diverse autonomie territoriali, e soprattutto effettuare il monitoraggio degli interventi che richiedono adempimenti normativi idonei a garantire il rispetto dei tempi di attuazione.

Se la cabina di regia userà i poteri sostitutivi a essa conferiti, molte strozzature dei processi di spesa potranno essere superate e potranno essere eseguiti gli indirizzi di programmazione previsti dal Pnrr. Tuttavia, in Italia, i tentativi di programmazione e di coordinamento nazionale degli investimenti sono sempre naufragati e oggi una politica nazionale appare ancora più complicata per l’assetto del titolo V della Costituzione e le pulsioni politiche che spingono verso l’autonomia differenziata.