Le lancette dell’orologio segnano le undici e trenta e a Piazza Cardelli c’è un sole timido quando il generale dei carabinieri Mario Mori chiede di poter firmare a favore del referendum per una giustizia giusta e si accomoda al gazebo del Riformista dove in pochi giorni sono state raccolte centinaia di sottoscrizioni. Insieme con il generale Mori firma anche l’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno, suo braccio destro durante gli anni di fuoco nella lotta alla mafia.

Il generale Mori scrive il suo nome e cognome, indelebile nella storia di questo Paese, per tutti e sei i quesiti. Chi firma ha fatto della lotta alla criminalità organizzata lo scopo della sua vita. Ex comandante dei Ros e direttore del Sisde, coordinò le operazioni che nel 1993 portarono alla cattura di Salvatore Riina, sferrando un colpo durissimo all’organizzazione di Cosa Nostra. Furono centinaia i boss che in quegli anni incontrarono sul loro cammino il generale Mori. La sua firma oggi pesa come un macigno. Uomo di giustizia per antonomasia, da qualche decennio è imputato in servizio permanente effettivo presso la Procura di Palermo. Sono tre i processi che la procura siciliana ha avviato contro di lui. Nel primo i magistrati lo accusarono di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. Con Mori era imputato anche il colonnello Sergio De Caprio, il capitano Ultimo. Entrambi sono stati poi prosciolti dall’accusa di favoreggiamento.

Nel secondo processo l’accusa era di aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano. Coimputati erano il colonnello Mauro Obinu e il generale Giampaolo Ganzer, successore di Mori al Ros. Nino Di Matteo, che rappresentava la pubblica accusa, aveva chiesto una condanna a nove anni di carcere. Nel 2013 Mori viene assolto perché “il fatto non costituisce reato”. Cinque anni dopo il generale viene assolto anche in secondo grado dalla corte d’Appello di Palermo e nel giugno 2017 la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura generale, confermando di fatto la sentenza di assoluzione di primo grado (“perché il fatto non costituisce reato”), rendendola così definitiva. Infine, c’è il processo sulla presunta Trattativa Stato-Mafia.

Nel dibattimento, condotto inizialmente dall’allora procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, l’accusa è stata rappresentata nuovamente da Di Matteo. Ad aprile del 2018 la sentenza di primo grado con la condanna a dodici anni di carcere. L’anno dopo, sempre a Palermo, ha preso il via il processo d’Appello che dovrebbe concludersi la prossima settimana. Quel che è già certo, invece, è che la sete di giustizia giusta ha coinvolto tutti: pregiudicati, vittime di stalking e icone antimafia. I detrattori se ne facciano una ragione.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.