La guerra e la narrazione di Putin. Le idee dei socialisti europei e il rischio di un nuovo, devastante, conflitto a Oriente. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli studiosi del “pianeta” russo: Silvio Pons, docente di Storia contemporanea alla Scuola Normale Superiore di Pisa, presidente della Fondazione Gramsci.

A Bruxelles lei ha partecipato a un incontro della Feps (Foundation for European Progressive Studies), che riunisce le Fondazioni e i centri di ricerca dei partiti socialisti, socialdemocratici e progressisti d’Europa. I socialisti e la guerra. Professor Pons, c’è un punto di vista comune?
Su alcune questioni cruciali sicuramente esiste. Quella di difendere l’Ucraina come Paese democratico e indipendente, è un obiettivo che accomuna tutti i socialisti europei. E lo stesso si può dire per quanto riguarda l’affermazione di una prospettiva di una tregua e poi di una pace, anche se ancora è molto difficile dire quando e come questo si verificherà. Del resto, nella tradizione del socialismo europeo c’è una particolare sensibilità verso il tema dell’aggressione di una grande potenza imperialistica e la risposta che è necessario dare a questa aggressione nella prospettiva di una politica dell’Unione Europea, che sta dentro un sistema d’alleanze occidentali ma che deve anche definire i propri interessi come Europa.

Siamo entrati nel quarto mese di guerra. Come si è modificata, se si è modificata, la narrazione di Putin?
Da quasi un mese la guerra si trova in una specie di stallo. È diventata una strana guerra, molto intensa, perché continuano ad esserci tantissime vittime, sia militari che civili, allo stesso tempo, però, non ci sono significativi spostamenti di fronti militari sul terreno. Quello più significativo si è verificato quando la Russia ha abbandonato l’obiettivo di arrivare a Kiev e ha concentrato le sue forze nell’est dell’Ucraina. In questo scenario, Putin ha mostrato un certo riorientamento. Il suo discorso del 9 maggio è stato molto più cauto di quello che ci aspettavamo. Putin ha ritirato i toni più minacciosi, naturalmente senza ritirare gli obiettivi dichiarati dalla Russia. E ha fatto anche un riferimento all’esigenza di evitare una escalation della guerra nel senso nucleare. Cosa che non aveva fatto nel suo discorso del 24 febbraio. In questo senso, più che la narrazione direi i toni di Putin sono cambiati. La narrazione, invece, mi pare che resti un po’ la stessa.

Vale a dire?
Putin continua a non riconoscere l’Ucraina come uno Stato-nazione autonomo e sovrano. Questo rappresenta il più grande ostacolo verso un tavolo di pace. La sua narrazione metastorica dei legami è volta a negare ogni legittimità di esistenza all’Ucraina. Il presidente si è diffuso in una polemica anti-leninista, per rinnegare il principio di autodeterminazione nazionale che invece indica come inizio della fine per l’Urss. Putin, però, più che all’Urss, continua ad alludere a un passato imperiale, a quello “spazio spirituale della nazione russa” – parole del presidente – che appare essere un assioma in contrasto al principio universalista della democrazia. Questa narrazione, è bene rimarcarlo, non nasce il 24 febbraio 2022 ma molto prima…

Quando, professor Pons?
Risale al 2005, quando Putin in un celebre discorso definì il crollo dell’Urss come la peggiore catastrofe geopolitica del XX secolo, che alludeva alla prospettiva di recuperare un ruolo influente della Russia in Euroasia. L’Ucraina rappresentava il centro di gravità di una simile visione post imperiale, in evidente rotta di collisione con le prospettive dell’allargamento dell’Ue. Una visione che Putin non ha abbandonato. Il presidente russo ha strappato con Bruxelles per costruire uno spazio euroasiatico più grande con al centro Mosca. Ritiene che la Federazione Russa debba costituire un polo autonomo nel potere mondiale e possa farlo soltanto con l’uso della forza, dati i limiti della sua economia. Putin punta ancora sulle linee di frattura in Occidente e nel mondo che possano aprire spazi all’influenza russa, come si è visto bene in Medio Oriente. Qui termina la parte razionale. Aggredendo l’Ucraina, per la prima volta Putin si è messo sulla strada di un’avventura pericolosa, proprio in quanto non tutti i suoi obiettivi sono chiari. Non lo erano all’inizio della guerra, e non lo sono oggi.

Macron, ha affermato che la pace non la si ottiene con l’umiliazione della Russia. Altri sottolineano la necessità di individuare una “onorevole” exit strategy per Putin.
Io penso che l’obiettivo che gli europei dovrebbero avere e praticare è quello di trovare una exit strategy per tutti, non soltanto per Putin. Dobbiamo pensare a uscire dalla guerra in un modo che sia accettabile innanzitutto per gli ucraini, e poi compatibile con un negoziato con la Russia. Il problema è che finora gli Stati Uniti, supportati dalla Gran Bretagna, e la Nato hanno espresso prevalentemente l’obiettivo di un indebolimento strategico, strutturale della Russia. La domanda è se questo tipo di strategia può funzionare e conciliarsi con la ricerca di una pace sostenibile, ma anche con gli interessi dell’Ue e dei Paesi che ne fanno parte. Una cosa è dire che occorre contrastare, sul terreno, la Russia per costringerla a negoziare. Altra cosa è sostenere che si debba arrivare a un indebolimento strutturale della Russia o addirittura a una sua sconfitta. Questo secondo argomento a me pare che porti di più verso una probabile escalation che non verso la pace. La domanda è dove e come si posizionano gli europei rispetto a tutto questo.

Domanda tanto più dirimente alla luce del rischio che il conflitto russoucraino venga utilizzato per regolare altri conti in Oriente. Il riferimento è alle dichiarazioni del Usa Joe Biden su Taiwan e la Cina.
Questa è un’ottima domanda. Noi finora abbiamo parlato soprattutto di Europa, il ritorno della guerra sul nostro continente, il problema dei rapporti irrisolti tra la Russia e l’Europa e le prospettive. Questo naturalmente resta il punto centrale, di cui peraltro si fa carico anche il piano di pace dell’Italia, che a me pare un passaggio importante perché segnala forse la prima iniziativa più solida da parte di un Paese europeo e pone il problema della pace a partire anche dallo stallo della situazione militare. Una strada che l’Italia non deve abbandonare nonostante la bocciatura da parte russa. C’è poi un altro aspetto che riguarda la guerra che sta emergendo con forza…

Quale?
Le sue ripercussioni globali. Penso soprattutto alla crisi energetica ma anche a quella alimentare che ormai colpisce vari Paesi africani. L’urgenza di trovare una soluzione diplomatica di pace deve nascere anche da questo. E l’Europa sarà tanto più credibile quanto più stabilirà una connessione tra una pace accettabile per gli ucraini, che prevenga il più possibile una Russia revanscista, ma che tenga anche conto delle ripercussioni globali. Altrimenti molti attori globali non ci seguiranno. Noi diciamo spesso che la Russia è isolata. E questo è vero dal punto di vista delle alleanze prettamente politiche, e a dimostrarlo è anche l’atteggiamento fin qui tenuto dalla Cina, che si è dimostrato un alleato “tiepido” di Mosca. Però è anche vero che molti Paesi nel mondo non seguono affatto le posizioni dell’Occidente. Penso all’India, al Sudafrica, al Brasile, al Marocco, al Senegal. E noi dobbiamo avere la capacità di affrontare la questione della guerra anche alla luce delle conseguenze che essa ha per altri Paesi fuori Europa.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.