Un po’ lo dice, un po’ lo lascia intendere, il magistrato Luca Palamara, quando, ospite di Massimo Giletti, si trova d’improvviso in un faccia-a-faccia televisivo con Matteo Salvini. Dicendo che i suoi colleghi in toga hanno visioni diverse sul problema dell’immigrazione, intende dire che le divergenze ideologiche potrebbero cambiare i comportamenti nelle inchieste fino a far considerare reato o meno lo stesso atto? Fino a condizionare addirittura anche le sentenze “in nome del popolo italiano”?

Il dottor Palamara non può non sapere quanto sia seria la questione. Per due motivi, ambedue piuttosto gravi. Il primo riguarda i cittadini, quegli stessi che oggi non paiono credere più nella giustizia nella misura del 70%, una percentuale pericolosamente vicina quell’83% che nel 1987, dopo il caso Tortora, votò SI al referendum per la responsabilità civile dei magistrati. Può un cittadino presentarsi con una certa serenità davanti al suo giudice naturale sapendolo non libero (e soggetto solo alla legge), ma schiavo di un pre-giudizio che può condizionare la sua decisione? Nel caso del pm la scelta di richiedere o meno una custodia cautelare in carcere? O quella del gip di discostarsi o no dalla richiesta del pm che magari appartiene alla sua corrente sindacale?

È evidente che la questione si fa ancora più seria se entriamo nel campo dove agiscono quelli che dovrebbero essere gli unici ad appartenere alla magistratura, cioè i giudici, coloro che detengono il diritto-dovere di Juris dicere. Non è un caso che, pur senza disturbare le sentenze del giudice Corrado Carnevale (che “ammazzava” soprattutto i provvedimenti mal fatti e peggio scritti), troppo spesso il cittadino riesca ad avere giustizia solo al momento della cassazione. Se questi timori ci riguardano tutti, dal momento che nessuno vorrebbe mai trovarsi impigliato in una sorta di roulette russa che può cambiargli la vita, non è secondario neanche l’aspetto più appariscente di questa anomalia della magistratura militante italiana.

Quella che riguarda la storia intera del Paese, condizionata sempre più, quanto meno negli ultimi venticinque anni, dalla presenza ingombrante delle toghe nella vita politica. Un esempio del passato. Una domanda da fare ai Palamara che furono prima di lui. Se nel 1993 i magistrati della “roccaforte rossa” di Milano, quelli che si autodefinirono Mani Pulite, non avessero arrestato l’ex presidente dell’Iri Franco Nobili (poi assolto), ma il suo predecessore o il suo successore, sarebbe cambiato qualcosa nella storia d’Italia? Qualcuno si è mai domandato perché a San Vittore non ci fosse quel Romano Prodi che fu predecessore e successore di Nobili all’Iri in quegli anni?

Ci fu forse una cesura nella politica dell’ente, tale da far sospettare che solo nel breve periodo della presidenza Nobili ci sia stata la costituzione di fondi neri? Se in carcere ci fosse stato Prodi (che sarebbe poi comunque stato a sua volta assolto), sarebbe cambiata la storia d’Italia. Nessun magistrato milanese, di quelli che ancora indossano la toga come degli altri che sono ormai in pensione (Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio non ci sono più) risponderebbe alla domanda. Anche perché dovrebbero prima dare un paio di piccole spiegazioni sull’uso che hanno fatto della custodia cautelare e sulla discutibile applicazione della competenza territoriale, radicata a Milano invece che a Roma. Potrebbe per esempio spiegarci il procuratore milanese Francesco Greco perché in quei giorni, avendo incontrato a Roma il suo antico maestro, come lui di Magistratura Democratica, Francesco Misiani, pm a Roma, gli avesse detto «qui non dobbiamo decidere chi è competente, ma chi può fare o non fare le inchieste».

Al che Misiani, che ha raccontato l’episodio nel bellissimo libro scritto con il giornalista Carlo Bonini, La toga rossa, aveva obiettato «…non è che ogni volta possiamo far finta che non esistano il codice e le regole sulla competenza». Non è difficile interpretare, alla luce di quanto scritto da due magistrati nei due libri, quello di Misiani e quello di Palamara, il significato delle parole di Francesco Greco. Lui riteneva che la magistratura romana e quel palazzo di giustizia che un tempo era stato definito “il porto delle nebbie”, non fossero in grado di fare…che cosa, giustizia o pulizia? È tutta lì la differenza. Fare giustizia o fare pulizia. Processare Craxi, e poi Berlusconi, e poi magari Renzi e oggi anche Salvini, per verificare se ciascuno di loro ha commesso un reato, o abbattere il mostro?

Ecco perché la vera domanda da porre al magistrato Luca Palamara (ma non solo lui) è se i loro intrighi di palazzo siano stati solo un gioco di scacchi con ogni pedina al posto giusto a conquistare posti di potere e a mangiare quello degli altri. O se invece i loro duelli, gli sgambetti, i veleni mediatici con i complici “magistrati di complemento”, alcuni giornalisti, non abbiano invece anche condizionato i loro comportamenti fino a entrare nei provvedimenti giudiziari e fino alle sentenze. In poche parole, fino a che punto sono state sporcate le toghe? Ogni volta in cui Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni, c’è stata una mobilitazione della magistratura militante. Nel 1994 addirittura il procuratore Borrelli, esponente di Magistratura democratica come la gran parte dei magistrati della procura milanese, mise le mani avanti: «Chi ha scheletri nell’armadio non si candidi».

Lui si candidò e partirono le indagini. E la scenografia napoletana di un importante convegno internazionale sulla criminalità da lui presieduto fu riempito della merda spalmata sul titolone del Corriere della sera, che diceva al mondo intero che colui che si accingeva a presentare come presidente del consiglio la ricetta per combattere le mafie nel mondo, era una parte di esse. Silvio Berlusconi fu assolto da quell’accusa. Ma per aprire l’indagine era stata usata l’obbligatorietà dell’azione penale o un altro tipo di obbligatorietà? Del processo Ruby si sa tutto. Ma forse non è del tutto chiusa quella che è l’unica condanna definitiva subita dal leader di Forza Italia, quella per frode fiscale.

Adesso è il turno di Matteo Salvini, la graticola è tutta per lui. Nel libro di Luca Palamara si parla a lungo dell’agitazione che correva sul filo e sulle chat della magistratura militante quanto il pm agrigentino Patronaggio lo aveva messo sotto inchiesta per la vicenda della nave Diciotti, e tutti avevano solidarizzato con lui. Mentre un collega di Catania, il procuratore Carmelo Zuccaro, la pensava in modo opposto, tanto da chiederne per due volte l’archiviazione per l’episodio della nave Gregoretti. E il giudice dell’udienza preliminare che deve decidere su questa inchiesta, Nunzio Sarpietro, quello che dovrebbe reggere la bilancia della giustizia, ha dichiarato coram populo di tifare per un governo Conte ter, e anche che il presidente del consiglio, il quale aveva reso una testimonianza molto ambigua, dicendo che la politica sugli sbarchi degli immigrati era del governo ma che dei singoli episodi era responsabile il singolo ministro, era stato chiarissimo ed esaustivo.

Ora, mentre ogni singolo cittadino dovrà capire di volta in volta che cosa passa per la testa di chi lo dovrà giudicare in un’aula di tribunale, a maggior ragione il segretario di quella che è al momento la forza politica più rilevante del panorama italiano dovrà sapere se la sua sorte sarà legata all’interpretazione della legge o ad altro. Obbligatorietà dell’azione penale o altro tipo di obbligatorietà? E tutti noi, cittadini elettori o politici eletti, abbiamo il diritto di sapere –e non solo dal dottor Palamara– quante notti insonni dovrà passare per esempio il giudice Nunzio Sarpietro per convincerci che la sua toga non è stata sporcata dall’ideologia, dall’appartenenza a una corrente sindacale o dal fatto che, sì, Salvini ha ragione, ma dobbiamo attaccarlo, come disse un giorno Luca Palamara al collega Auriemma mentre vergava il comunicato di solidarietà a Patronaggio. Le notti insonni dovete passare, cari pubblici ministeri e cari giudici, per essere credibili anche agli occhi di quel 70% dei cittadini che non si fidano più di voi.