Il Papa, nel suo viaggio in Ungheria e in Slovacchia, ha dato scandalo. Ha scelto di sfidare il senso comune. Non solo perché è andato in urto frontale con le idee sovraniste e nazionaliste, soprattutto con quelle del premier ungherese Viktor Orban. Spezzando una lancia a favore dei migranti, dei detenuti e dei rom. Ma anche perché ha ammonito a non usare i simboli cristiani, come la croce, per ragioni politiche, sostenendo poi idee che con la cristianità, e quindi con l’accoglienza, non hanno nulla a che fare. Bergoglio ha detto che non ha senso mostrare la croce e poi chiedere che si alzino muri contro gli stranieri.

Difficile dire se volesse riferirsi direttamente a Matteo Salvini, che spesso ha usato il rosario in campagna elettorale per rivolgersi all’elettorato cristiano, e poi ha condotto le sue battaglie per frenare l’immigrazione e l’integrazione. Certo le sue parole, e i suoi precisi riferimenti, autorizzano questa interpretazione. «La croce – ha detto – non sia mai un simbolo politico, non è una bandiera da innalzare, il crocifisso non è un mero oggetto di devozione, vedendo poi gli altri come nemici». Il Papa è andato al cuore della questione che più lo interessava in questo viaggio. Parlando della necessità di accogliere i migranti e dedicando una parte importante del suo discorso al mondo dei fratelli detenuti. E infine rivolgendosi direttamente ai rom e scagliandosi contro i pregiudizi che si alimentano ingiustamente nei loro confronti da parte del mondo no-rom. «Care sorelle e fratelli rom, troppe volte siete stati oggetto di preconcetti e di giudizi impietosi, di stereotipi discriminatori, di parole e gesti diffamatori. Con ciò tutti siamo diventati più poveri, poveri di umanità».

Tornando sul problema immigrazione il papa ha detto che «c’è bisogno di scelte lungimiranti, per il bene soprattutto dei bambini, cioè del futuro. Scelte che non ricerchino il consenso immediato ma guardino all’avvenire di tutti». Subito dopo ha ringraziato le persone che si dedicano all’accoglienza, anche a costo di sacrifici personali, e «rischiano di ricevere incomprensione, critiche e ingratitudine» da parte del mondo dei benpensanti, e anche di settori della stessa Chiesa. «Non abbiate paura di uscire incontro a chi è emarginato – ha detto – vi accorgerete che state uscendo incontro a Gesù. Egli vi attende là dove c’è fragilità, non comodità. Dove c’è servizio, non potere. Dove c’è da incarnarsi, non da compiacersi. Lì c’è lui».

Possiamo anche fingere che quello del papa sia stato un discorso di interesse puramente ecclesiastico, visto che Bergoglio lo ha pronunciato durante un’omelia in Slovacchia. Però è chiaro che non è così. Il Papa ha sfidato in modo coraggioso e anche spavaldo le idee della maggioranza dell’opinione pubblica. Anche, probabilmente, della maggioranza della sua Chiesa. E ha detto in modo chiaro che lui questa trincea non la abbandona.
Resterà solo? Resterà con a fianco un gruppetto piccolo di sostenitori credenti o non credenti? È probabile che sia così. Spesso succede che le grandi battaglie di civiltà siano condotte da piccole minoranze. A noi queste minoranze piacciono.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.